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RISCOPERTE/ Florenskij spiega perché ci vuole un amico per conoscere Dio e il mondo

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Il gulag delle Isole Solovki, dove venne imprigionato P. Florenskij  Il gulag delle Isole Solovki, dove venne imprigionato P. Florenskij

 

Gli approdi di questa prima tappa sono insostenibili, poiché nessuna legge d’identità e principio di ragion sufficiente, quali criteri logici fondativi della ragione filosofica, possono di fatto corrispondere alla legge universale dell’essere, in quanto questa si disvela soltanto nel «volto interiore della profondità della vita inaccessibile al raziocinio; e in questa vita esso può avere la sua radice e la sua giustificazione» (p. 82). È questo uno dei momenti più delicati e complessi de La colonna, in cui l’argomentazione logica subisce uno snodo decisivo, passando dallo schematismo astratto della legge dell’identità, chiuso nella sua statica e mortifera tautologia, alla concezione viva e vivificante che per la prima volta lascia intravedere la possibilità di definirsi in relazione ad un’alterità.

 

Per Florenskij l’autentica conoscenza è la conoscenza essenziale della verità che avviene attraverso la partecipazione ontologica alla verità stessa e questo implica l’accoglimento dell’amore quale sostanza divina, un «entrare nelle viscere della Divina Unitrinità». Attraverso l’esperienza dell’amore, si esce dall’empirico per entrare nel Regno della verità triipostatica attraverso l’esperienza di una «conoscenza che si fa amore», custodita nel dogma dell’unica e indivisibile sostanza della Trinità.

 

La filosofia dell’amicizia

 

Ma la radicalità di Florenskij sta nell’aver introdotto questa categoria della consustanzialità, in analogia con la consustanzialità trinitaria, all’interno dei rapporti umani. Per il pensatore russo, infatti, l’amicizia è qui sulla terra quasi l’emanazione della forza divina irradiante da Dio che ama. Non certo per caso il destinatario delle Lettere dello Stolp, il placido fratello, il caro, alato amico al quale si rivolge Florenskij, diversamente da quanto ipotizzato in passato, è Sergej S. Troickij, con il quale condivise gli studi all’Accademia Teologica di Mosca, che sposò poi nel 1909 la sorella di Pavel e poco dopo venne tragicamente ucciso. La morte dell’amico più caro avvenuta al culmine della composizione dello Stolp, determinò in padre Florenskij un profondo turbamento interiore, con la conseguente necessità di rivedere l’impianto stilistico dell’opera trasformandola in un dialogo ininterrotto con l’amico ormai inesorabilmente lontano, eppure «eternamente vicino».

 

La scelta della forma epistolare non ha nulla di casuale, di arbitrario e tanto meno di «artificioso», in quanto risponde alla più interiore necessità teoretica di un raccordo sostanziale tra ragione e passione. Per Florenskij il dialogo con l’amico si configura come l’intima adesione alla verità dell’amore trinitario, entro il flusso e il ritmo della vita stessa, nella profonda convinzione, come attesta La colonna, che «l’amicizia come nascita misteriosa del Tu è il luogo nel quale incomincia la rivelazione della Verità (…) Questa rivelazione si compie nell’amore personale e sincero di due persone, nell’amicizia, quando a chi ama è concesso in forma previa, di distruggere l’autoidentità, di abolire i confini dell’Io, di uscire da se stesso e di trovare il proprio Io nell’Io dell’altro» (p. 404).

 

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