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MERCATO/ All’economia fa meglio l’egoismo o il sacrificio?

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La distinzione qui è di importanza capitale. Il punto, nella lettura che Smith fa dell’interesse proprio, è che rende la virtù accidentale all’ordine pubblico economico. O, meglio, la virtù genuina, nella misura in cui implica la trascendenza di sé, diventa essenzialmente una questione privata. In ogni caso, la lettura di Smith elimina dal novero degli agenti economici qualsiasi teleologia intrinseca verso un bene genuinamente comune.

 

Una seconda obiezione afferma che l’economia di mercato basata sull’idea liberale dell’interesse proprio ha funzionato. Ha generato un’abbondanza di libertà attraverso la creazione di un’abbondanza di ricchezza, nella forma di capitali materiali, proprietà, soldi, tecnologia che rende possibile maggior confort fisico e minore sofferenza e anche mezzi più efficaci per la comunicazione, attraverso i viaggi e i media elettronici.

 

Certamente, io non nego ciò che è ovvio riguardo alla realizzazione di abbondanza nel mercato libero. Il mio ragionamento insiste invece sul fatto che il giudizio di valore dell’abbondanza, in tutte le sue realizzazioni, deve trovare la sua misura nell’uomo, nella sua interezza come uomo, e non nell’uomo concepito soltanto nei termini dei suoi bisogni e desideri materiali, che sono evidentemente una astrazione della sua interezza. È mia opinione che l’abbondanza ovvia di beni, realizzata attraverso l’economia di mercato, ha coinciso con un aumento di povertà di significato e che questa economia paradossalmente ha allargato la libertà, concepita come scelta, a spese della liberazione della libertà nel suo senso autentico, come inclinazione del sé verso Dio e verso gli altri. Questa dinamica interna all’economia ha infatti aumentato la schiavitù della libertà attraverso la tirannia dello strumentalismo.

 

(3 - continua)

 

 



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