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COMUNISMO/ Tvardovskij, l’uomo che tra il regime e la verità scelse Solženicyn

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Aleksandr Solženicyn  Aleksandr Solženicyn

 

Del resto, a lui piaceva stare nel cuore della battaglia, per carattere tendeva a «prendere tutto su di sé, pronto a risponderne senza paura». Esattamente così aveva fatto con Una giornata di Ivan Denisovič, il romanzo di uno «sconosciuto autore di provincia». La pubblicazione, veramente esplosiva, di quel primo romanzo di Solženicyn, nel 1962, era stata l’apice della sua carriera professionale e fonte della sua rovina.

 

Quando aveva letto il manoscritto, di notte a casa, era stata una folgorazione. Non era tanto il tema del lager che lo aveva preso (di racconti sui lager ne avevano già ricevuti in redazione, ma non erano passati al vaglio), quanto la perfezione organica, viva, dell’arte. Racconta un testimone che Tvardovskij era «luminoso, ringiovanito, quasi impazzito dalla gioia. “Non avete mai letto niente di simile! Mai! Ci scommetto la testa!...”. Sembrava vent’anni più giovane. Gli occhi gli brillavano. Splendeva tutto, come se emanasse dei raggi. “Alla nascita di un nuovo scrittore! Autentico, grande! Non ce n’è stato mai uno così! Finalmente è nato!”».

 

Tvardovskij aveva architettato un piano strategico che era come un’operazione bellica. Era arrivato fino a Chruscev per strappargli un consenso alla pubblicazione che nessuna istanza potesse boicottare. Per un anno aveva difeso l’opera come se fosse sua, aveva tripudiato per il successo come se fosse il suo trionfo personale. Il lungo processo che ha cambiato il clima culturale in URSS, e ha liberato le coscienze, è debitore in uguale misura agli outsider clandestini usciti allo scoperto, come Pasternak o Solženicyn, e a personaggi dell’establishment come Tvardovskij, che hanno combattuto una battaglia dall’interno armati solo della propria umanità sincera.

 

Al suo vice che gli consigliava prudenza: «loro non ce lo perdoneranno mai. Per una cosa del genere perderemo la rivista. E tu sai che cosa è la nostra rivista, non solo per noi due ma per tutta la Russia», Tvardovskij aveva risposto come un uomo libero: «Capisco, ma che me ne faccio della rivista se questo non potrò pubblicarlo?».

 

 



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