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IL CASO/ Il crocifisso mette a nudo i nodi irrisolti dell'Europa laicista

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

 

Nello specifico del crocifisso la sentenza del 3 novembre, in riesame dopo il ricorso del nostro Paese, non obbliga lo Stato italiano a togliere i simboli cristiani dalle aule scolastiche, ma a rimborsare per danno morale alla ricorrente Soile Lautsi 5mila euro più interessi. Ma proprio il meccanismo del ricorso del singolo ha portato all’esplosione dei procedimenti pendenti: circa 120mila all’inizio del 2010. Le vie d’uscita da un simile intoppo possono essere molteplici, ma allo stato se ne profilano sostanzialmente due.

 

Da un lato rafforzare, ed è ciò che di fatto sta avvenendo, il potere della Corte in modo tale che di fronte al ripetersi di casi simili, si ingiunga allo Stato in causa di mutare le norme ordinamentali che li provocano. Ma in questo modo Strasburgo rischia di trasformarsi in una sorta di Corte costituzionale attivata da un ricorso personale, con tutte le conseguenze che questo può avere in un’Europa nella quale si assiste al proliferare di una sorta di “kamikaze” dell’individualismo: cioè singoli disposti a offrire su un piatto la loro privacy e le loro relazioni personali, allo scopo di farne materiali esplosivi contro il senso comune consolidato nel diritto e negli ordinamenti del Vecchio continente.

 

Un processo analogo avviene al livello del concetto che permette di definire le minoranze. Infatti tutta la fondamentale riflessione di Hannah Arendt sulle discriminazioni e persecuzioni da esse subite, soprattutto a cavallo delle due guerre mondiali, viene stravolta in nome di minoranze artificiose che non mirano altro che a inibire quel processo sempre vivo e aperto di elaborazione del senso comune sulla base di una tradizione comune. È un attacco ad un patrimonio collettivo in continua elaborazione che è possibile grazie ad una alleanza degli individualismi con alcune avanguardie dirigiste della magistratura europea.

 

Ci potrebbe essere un’altra via d’uscita, quella costituita dalla sussidiarietà, riaffermata nella conferenza di Interlaken, che si è tenuta il 18-19 febbraio in Svizzera, con il compito di pensare al futuro della Cedu. Ma il rischio è che tale principio sia interpretato in una chiave strettamente verticale (procedurale) con l’implicita premessa che i tribunali nazionali sposino in toto i criteri di Strasburgo. È proprio questa linea ermeneutica che sembra sposare l’attuale segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjørn Jagland, molto attivo nel portare avanti la riforma del Consiglio e della Corte.

 

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