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MOSTRE/ Zhang Huan, quando la cenere è materia che unisce l’arte allo spirito

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Ma la vera svolta spirituale ed artistica avviene nel 2005, quando Zhang Huan intraprende un lungo viaggio in Tibet, durante il quale visita numerosi monasteri e si converte al Buddismo, diventando anche Jushi (monaco laico buddista). La mostra milanese nasce proprio in questo contesto di rinascita spirituale scaturita dall’incontro con la grande civiltà tibetana. Appena varcato l’ingresso, l’occhio dello spettatore è subito colpito dalla maestosa presenza del Berlin Buddha, la monumentale installazione realizzata nel 2007 in occasione della sua mostra personale a Berlino.


L’opera è costituita da due grandi sculture, di circa quattro metri di altezza, raffiguranti un Buddha seduto e collocate una di fronte all’altra: una è realizzata con la cenere degli incensi dei monasteri tibetani, e l’altra è il calco in alluminio da cui è stata creata la prima. Il Buddha in cenere, a cui, durante la serata inaugurale, è stata staccata la testa, con un’azione corale a cui ha fatto da regista l’artista stesso, non è sorretto da nessun supporto ed è quindi destinato a disintegrarsi e a distruggersi con il passare del tempo, diventando così simbolo della precarietà della vita umana, dell’inesorabile fluire del tempo ma anche della possibilità di rinascita.


L’artista è affascinato dal potere simbolico e spirituale della cenere che diventa per lui strumento per recuperare le proprie radici e le tradizioni della cultura cinese; la cenere è infatti il resto di un atto di devozione, è testimonianza di fede in quanto rimanda alla preghiera e alla speranza dei fedeli devoti. Forse è proprio per questo che gli splendidi Ash paintings presenti in mostra, rappresentanti immagini d’epoca del Realismo Socialista, hanno una tale forza comunicativa da fare invidia persino ai ritratti di Yan Pei Ming.

 

Sempre durante il viaggio in Tibet, Zhang Huan ha raccolto numerosi frammenti di sculture rappresentanti Buddha che erano state distrutte dalla Rivoluzione Culturale. Con questi “resti” l’artista ha creato le enormi sculture in ferro battuto che ritroviamo nella mostra, come la Buddha Hand che richiama il forte legame con le pratiche tradizionali cinesi e Peace 1, che è una campana – simbolo del tempio cinese – con accanto una scultura che rappresenta il corpo dell’artista. Sempre alla tradizione cinese si rifanno le Memory Doors, che sono dei veri e propri portoni di legno, quelli che, nelle campagne cinesi erano soliti essere incisi con immagini di divinità o con segni propiziatori, alle quali Zhang Huan ha applicato delle riproduzioni fotografiche del periodo della Rivoluzione Culturale che rappresentano temi militari ma anche quotidiani.


La forte spiritualità evocata in tutti questi lavori è anche il filo conduttore dell’intera mostra che ci fa conoscere la grande tradizione culturale cinese filtrata attraverso la concezione buddista, e che si pone come gradino fondamentale della ricerca artistica di Zhang Huan.

 

(di Anna Bernini)

 

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