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STORIA/ Così i monaci hanno plasmato la società dell’io e del noi

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Ma già nella sua fonte medievale, la difesa della dignità dell’io personale è sempre stata tenuta in stretta simbiosi con l’altrettanto risoluta salvaguardia delle trame di relazione di cui la persona era un frutto e, insieme, una proiezione aperta verso la crescita della società umana. Si concepiva l’io come l’emergenza di un noi al plurale. Il “noi” precedeva il singolo “io” e lo chiamava ad allearsi nella costruzione corale di un bene che era comune in quanto capace di integrare in sé quello delle parti che entravano a comporlo.

 

Il nodo delicato di tutto questo edificio tradizionale era l’equilibrio perseguito almeno come fine ideale tra la coesione del tutto di cui esse erano le membra viventi e l’autonomia di ognuno dei suoi elementi costitutivi: esattamente come in un corpo che è, senz’altro, una cosa sola, ma nello stesso tempo, per esistere e prosperare, deve articolarsi in un congegno di organi e funzioni diversificate, interdipendenti tra di loro e perciò da armonizzare, da far coesistere nella concordia di una cooperazione per il bene generale dell’insieme. 

 

Meno noto, ma forse ancora più interessante per noi “moderni”, è il fatto che questa struttura basata su un ordine capace di coniugare la libertà e il bene privato del soggetto singolare con la salute dell’edificio complessivo dell’organismo sociale non è rimasta un relitto archeologico del pieno Medioevo. Dalla sua prima ossatura antica ha tratto modelli, regole e impulsi etici che ne hanno accompagnato la lunga continuità sotterranea sul filo dei secoli.

 

Tutti gli studi più seri sulla storia delle società dell’Occidente europeo, in particolare quelli della scuola giuridica e istituzionale di matrice tedesca, dalle sintesi ambiziose di Gierke fino a Brunner e oggi a Otto Gerhard Oexle, mostrano con una ampiezza straripante di documentazione che la sintesi “corporativa” tra la parte e il tutto ha continuato a innervare la “costituzione materiale” della società quanto meno fino al decollo dello Stato centralista più compiutamente moderno, che è un fenomeno di derivazione sette-ottocentesca, successivo al crollo dell’Antico Regime tradizionale.

 

Varchi autorevoli a favore di questa visione ribaltata in senso realistico e più “orizzontale” della storia della costruzione sociale, che riabilita tutto il ruolo creativo dell’auto-organizzazione della società in dialettica con i poteri di comando e le istituzioni di vertice dell’organismo dello Stato, si ritrovano per esempio nei lavori più recenti di maestri della ricerca storico-giuridica come Paolo Prodi e Paolo Grossi.

 

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