BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

DIBATTITO/ Giannino: siamo troppo “calvinisti” per un mercato libero?

Pubblicazione:

Foto Imagoeconomica  Foto Imagoeconomica

Prima obiezione: l’affectio sui del macellaio e del birraio non è egoismo irriducibilmente antitetico all’amore per l’altro? Seconda obiezione: la virtù del mercato come definita da Smith, non mette al centro di tutto l’utile da realizzare come fine ultimo, invece dell’effetto che esso produce sia a chi lo realizza sia agli altri? Terza obiezione: ma se il libero mercato realizza meglio di ogni altro sistema la libertà dell’uomo, non è che la libertà in esso finisce però circoscritta a nozioni di egoismo e strumentalità tecnica, una sorta di tirannia del profitto che inibisce alla libertà ogni orizzonte di bene comune? Quarta obiezione: la libertà iperindividuale e “tecnica” del mercato liberale non finisce dunque per essere negazione di ogni idea stessa di Dio? Le risposte che Schindler avanza sono funzionali in realtà a rispondere all’ultimo interrogativo, quello che più gli preme: esiste un’alternativa?

 

Personalmente, ritengo la pedagogia economica di Schindler molto utile, proprio perché affronta le obiezioni al liberismo di Smith nella loro versione più rozza e meno mediata. Insomma, dà voce proprio agli argomenti che ricorrono nelle teste e sulla bocca di chi è convinto che il libero mercato sia una sorta di giungla dove vige la legge del più forte, e in cui una spietata selezione naturale tende a far prevalere le ragioni del capitale su quelle del lavoro e della sua dignità.

 

In realtà, non è così nelle opere di Smith. E su questo bastano poche righe a ricordarlo, anche se postulano studio e cognizioni di storia dell’economia. Soprattutto, - ma questo è molto più delicato - non è così nella realtà. Anche se il discorso si fa qui più difficile, perché l’analisi della realtà è terreno scivoloso in quanto ciascuna scuola pretende di vedervi cose diverse. E dunque io posso solo dire a quali condizioni non è così nella realtà, ma dal mio punto di vista.

 

Che Smith e la sua scuola non abbiano mai pensato davvero a ciò a cui la riduzione in vulgata del loro pensiero li riduce - e cioè una sorta di fiducia cieca nella superiore bontà della famosa “mano invisibile” del mercato, espressione che in tutta L’Indagine sulla Ricchezza delle Nazioni ricorre una sola volta! - è smentito dall’intera parabola personale di Smith. Era un allievo di Hutcheson, filosofo morale cristianissimo che approfondiva proprio le virtù altruistiche come distinte dalle egoistiche e come fondatrici della coscienza morale.

 

E Smith stesso subentrò in cattedra proprio ad Hutcheson, scrivendo la Teoria dei Sentimenti Morali - epitome dei suoi corsi di Etica a Glasgow - ben 17 anni prima della Ricchezza delle Nazioni. Non è qui il caso di approfondire, ma per Smith solo la nozione della “simpatia” - come capacità di immedesimarsi negli altri per dar loro e ottenerne soddisfazione e stima - era il fondamento attraverso il quale il libero mercato poteva funzionare e dare i suoi frutti. Distinta e distante da ogni idea di egoismo sopraffattore.

 

Il filone “morale” di una libertà di mercato che si fonda sulla interazione e cooperazione altruistica misurata da liberi prezzi per realizzare il profitto sarà il fondamento vero del liberalismo ottocentesco britannico nella sua versione “sociale” di John Stuart Mill e del suo On Liberty. Se ne distingueranno invece gli empiristi seguaci di David Hume e gli utilitaristi puri alla Bentham, oltre che tutte le scuole che da Ricardo desumeranno - sbagliando - che il valore prescinde dalla libertà e la incatena a sopraffazioni obbligate.

 

PER CONTINUARE A LEGGERE L’ARTICOLO CLICCA IL PULSANTE >> QUI SOTTO



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >