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DIBATTITO/ Giannino: siamo troppo “calvinisti” per un mercato libero?

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Se si tiene presente tutto ciò, e cioè ciò che concretamente Smith e i suoi discepoli e seguaci scrissero davvero, le risposte ai primi quattro interrogativi posti da Schindler dovrebbero essere ben diverse da quelle che egli dà. Basta aver letto ad esempio le opere di Michael Novak o di Padre Sirico - due tra i maggiori teologi artefici della piena riconciliazione tra cattolicesimo e libero mercato nell’ambito nordamericano - per rispondere dunque che no, l’altruismo non è affatto assente dal libero mercato, che esso non mette il solo utile al centro di tutto, che la libertà in esso non è schiava della tecnica, e che non di conseguenza affatto nemico della fede in Dio.

 

Tuttavia, capisco bene che Schindler batta invece una strada diversa. Quella di riconoscere la fondatezza a molte delle obiezioni antimercato, per giungere comunque a concludere che il cristiano debba vivere nel libero mercato giovandosi dei suoi frutti storici ed economici, ma ponendo al centro di tutto una nuova antropologia, e cioè l’idea stessa dell’uomo come misura di ogni negozio economico, dell’allocazione dei fattori della produzione e della ripartizione - da ogni singola impresa fino alla scala planetaria - dei suoi utili.

 

Su questa conclusione, che è ciò che conta, sono totalmente d’accordo. E lo abbiamo ripetuto in innumerevoli incontri dedicati, nell’ultimo anno, alla Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Ve ne ripropongo solo alcuni brani, che orientano anche il dibattito italiano in queste difficili settimane in cui tutti parliamo di Fiat, produttività e delocalizzazione.

 

Il Papa nell’Enciclica usa parole coraggiose, quando analizza una delle funzioni più centrali per un’economia solida e capace di generare giusto benessere: l’investimento. “Investire ha sempre un significato morale oltre che economico”, afferma l’Enciclica. Continua, al Paragrafo 40: “Non c’è motivo per negare che un certo capitale possa fare del bene, se investito all’estero piuttosto che in patria. Bisogna evitare che il motivo per l’impiego delle risorse finanziarie sia speculativo e ceda alla tentazione di ricercare solo profitto a breve termine, e non anche la sostenibilità dell’impresa a lungo termine”.

 

Molti politici, oggi, non avrebbero il coraggio di difendere in maniera tanto rigorosa l’efficacia e il dovere di investimenti anche all’estero, per affrontare meglio la concorrenza ed estendere i mercati. Che lo abbia fatto il Papa nell’Enciclica, è stato per me motivo di vera e propria ammirazione.

 

Quanto all’idea stessa di mercato, rispetto a tutti coloro che dal settembre 2008 hanno riprovato a dire che la colpa della crisi era del mercato in quanto tale, invece che di regole sbagliate date al mercato, l’Enciclica ha efficacemente e autorevolmente corretto il tiro. “ Il mercato - è l’incipit del Paragrafo 35 dell’Enciclica - se c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri”.

 

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