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DIBATTITO/ Giannino: siamo troppo “calvinisti” per un mercato libero?

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“La società - leggo dal paragrafo 36 - non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest’ultimo comportasse ipso facto la morte di rapporti autenticamente umani. È vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, ma non perché questa sia la sua natura, bensì perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso”. Coerentemente a questa visione, Benedetto XVI scrive che “il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato a un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo”.

 

Lasciatemi dire che, in un Paese e in dibattito pubblico italiano in cui spesso mercato e profitto continuano a registrare ostilità e avversione spesso del tutto pregiudiziale, l’equilibrio e la saggezza delle parole del Pontefice costituiscono una lezione per molti. Una lezione sulla quale sarebbe bene che riflettessero, tutti coloro grazie ai cui errori le imprese italiane continuano a doversi misurare con una realtà fatta di eccessiva inframmettenza pubblica, di tasse alte che gravano sul lavoro impiegato e che penalizzano investimenti e nuove tecnologie, di vincoli amministrativi asfissianti.

 

L’Italia è ancor oggi troppo spesso caratterizzata da improprie economie di relazioni che falsano ogni nozione di mercato, di libera concorrenza e di assoluta trasparenza per vincere gare come per aggiudicarsi lavori. Tutto questo mortifica le prospettive di crescita, penalizza le imprese, è un vero e proprio schiaffo alla dignità non solo di chi le guida, ma di tutti coloro che vi lavorano.

 

Come scrive Schindler, le virtù civiche e il rispetto della legge, la tenuta dei vincoli familiari e quindi la capacità della famiglia di trasferire i legami tradizionali alle nuove generazioni e comportamenti sociali improntati a moralità e a civismo, i legami di reciprocità nella società civile, la buona amministrazione nelle istituzioni producono effetti anche economici di notevole entità, dentro e fuori l’impresa.

 

L’impresa non è mai l’unica protagonista dei propri successi, né l’unica colpevole dei propri insuccessi. Ma, nel dire questo, è di grande rilievo che l’Enciclica abbia mostrato quanto sia ormai superata la vecchia idea calvinista, quella secondo l’avversione della Chiesa cattolica per i beni terreni spiegasse un suo pregiudizio anticapitalista.

 

Benedetto XVI E Giovanni Paolo II prima di lui sostengono la crescita, rafforzandola con indicatori dello sviluppo umano come propongono tanti liberali come Amartya Sen. E riprendono la Teoria dei sentimenti morali di Adam Smith, chiedendo un mercato in cui regole e princìpi pongano un limite alla finanza per la finanza. È semmai proprio il mondo calvinista, quello che aveva dimenticato le buone regole di Adam Smith sulla fiducia e le regole da preservare, e che ci ha regalato gli eccessi della finanza strutturata.

 

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