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IDEE/ Caligola ci spiega perchè il "cuore" non è un fatto privato

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Albert Camus  Albert Camus

La leva, il punto archimedeo, è semmai qualcosa che si agita in ogni uomo, senza lasciarlo mai in pace. In un dramma di Albert Camus, l’imperatore Caio Caligola confessa di aver provato «un’improvvisa sete di impossibile», un bisogno «della felicità o dell’immortalità». Forse un lusso, che solo pochi possono permettersi? Eppure «gli uomini muoiono e non sono felici», senza eccezioni. La constatazione occorre nel dialogo col servo Elicone; che da parte sua è sinceramente in ansia per le stravaganze di un sovrano così eccentrico, e gli vuol far la predica, raccomandando equilibrio e misura. Destino di morte e di infelicità? «Ma Caio, eccepisce il servo con inossidabile buon senso, è una verità alla quale gli uomini si adattano benissimo. Guardati intorno: non per questo si sono mai astenuti dal mettersi a tavola».

 

 

Triviale e attualissimo, l’argomento ha una sua forza. Il guaio è che Caligola, oltre a guardarsi intorno, osserva la propria umanità; in cui riscopre, del resto, il fondo inquieto dell’umanità di tutti. Il folle, almeno in questo caso, è chi si incarica di additare quello che gli altri potrebbero scorgere coi propri occhi, se ne avessero il coraggio, in definitiva nulla impedisce loro di guardare dentro se stessi. Salvo il preconcetto o un senso di impotenza. «Proprio degli spiriti deboli di natura, o debilitati dall’uso dei mali, osserva Leopardi, il ridursi a desiderare solamente poco, e questo poco ancora rimessamente; anzi, per così dire, il perdere quasi del tutto l’abito e facoltà, siccome di sperare, così di desiderare».

 


Quasi del tutto, appunto: perché, come lo stesso Leopardi ha modo di testimoniare, ogni momento di vita implica necessariamente desiderio e speranza, per quanto intimiditi, annidati sottotraccia. Questa capacità di aspirare all’infinitamente grande può esser ribattezzata "cuore". Il termine, si sa, è oggetto di esaltazione e di diffidenza. Malintesa esaltazione, se approva la reattività immediata, a fior di pelle, e di solito meschina, senza nemmeno l’ombra di quella vastità e nobiltà di prospettive testimoniata da Camus, da Leopardi, da molti altri con loro. Malintesa diffidenza, se nega al cuore, inteso nell’accezione meno banale e canzonettistica, un’effettiva presa conoscitiva.


Ma fiducia nel cuore e insofferenza nei suoi confronti possono anche andare d’accordo: gli si affida una sfera ben delimitata, gli si intima di non varcarne mai i confini. Pesano, a riguardo, due pregiudizi tipicamente moderni. Il primo proclama indecifrabili le questioni sul destino e sul fine ultimo, e le relega nell’ambito delle opinioni private e irrazionali, tanto indiscutibili quanto arbitrarie, buone per il singolo ma solo per lui; in quest’area protetta, regna e decide il cuore, come sentire soggettivo e immotivato, a cui è lecita qualsiasi opzione, purché resti confinata in quel sacrario, nei penetrali dell’anima bella, e risulti socialmente irrilevante, al limite incomunicabile.

 

 

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