BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IDEE/ Caligola ci spiega perchè il "cuore" non è un fatto privato

Pubblicazione:

Albert Camus  Albert Camus

Il secondo pregiudizio è il presunto ideale della comprensione "disinteressata", per cui l’individuo attingerebbe una conoscenza oggettiva solo espungendo le proprie istanze più intime, per elevarsi col pensiero a una soglia di universalità dalla quale diventi indifferente e insignificante la propria esistenza particolare. Da una parte, dunque, un cuore che governa insindacabilmente la zona franca del privato, cui attengono credenze meramente soggettive; dall’altra, un pensiero in grado di conquistare verità condivisibili, previa amputazione, però, di esigenze e bisogni che soffrono il peccato d’origine della particolarità. Scontiamo da tempo questo dualismo; siamo autorizzati ad evaderne?


Il desiderio che urge dentro non è un progetto, ma un dato; se si preferisce, una risorsa, in ogni caso una spinta che preesiste, poiché è in noi prima di ogni nostro decreto. Assecondare o al contrario ostacolare questo movimento tellurico è certo nella nostra disponibilità, ma non suscitarlo, e nemmeno decretarne la fine. In un monologo di Alessandro Baricco assurto a una certa notorietà grazie a un’accattivante trasposizione cinematografica, il protagonista confessa di aver paralizzato i propri desideri con la formula magica della rinuncia: «Stavano strappandomi l’anima. Potevo viverli, ma non ci sono riuscito. Allora li ho incantati. E a uno a uno li ho lasciati dietro di me. Se tu potessi risalire il mio cammino, li troveresti uno dopo l’altro, incantati, immobili».


Lo sconfortato sortilegio, infatti, non può produrre la dissoluzione di ciò che riesce (provvisoriamente?) a bloccare. Tant’è: un vecchio vocabolario attribuiva il gusto per l’infinito e l’amore di ciò che è immortale alla "natura" dell’uomo. Sia come si voglia, il cuore è un fenomeno condiviso; e per il fatto stesso che esiste non può riuscire arbitrario e assurdo, deve possedere una ragion d’essere. Se fosse, anzi, esso stesso un criterio di ragionevolezza, almeno nei problemi più decisivi, che sono proprio quelli, concretissimi e insieme universali, che toccano l’individuo, ciascun individuo, felicità e dolore, liberazione o schiavitù? «Tutto ciò che esiste merita di morire» recita un noto assioma del materialismo ottocentesco.


«Amare significa dire a qualcuno: tu non morrai», ribatte qualche decennio dopo un asserto del più impegnato esistenzialismo. Inevitabile optare tra l’una e l’altra tesi, ma le opzioni non stanno tutte sullo stesso piano, perché non sono ugualmente corrispondenti al cuore, e proprio per questo non godono della medesima plausibilità. La strada praticabile, o se più piace l’uscita di sicurezza da una situazione sociale e morale che avvertiamo inautentica, non corrisponde anzitutto a un dover essere, coincide invece con una realtà già presente. Il cuore, con tutta la sua eccedenza, è un fatto; sarebbe già tanto non censurarlo, paragonare questo criterio che è in noi con ogni proposta che ci raggiunge. Tanto più adeguata se ci permette di vivere fino in fondo le aspirazioni che vorremmo lasciare, per stanchezza e sfiducia, alle nostre spalle.
 



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.