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VERSO IL MEETING/ 1. Capire la crisi finanziaria? In tre "stanze", ma fuori dagli schemi

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Nei filmati e sui pannelli della Mostra si è cercato, con grande sforzo, di sintetizzare tutti i temi della crisi economico-finanziaria, partendo dalla spiegazione elementare di alcuni termini-tabù e quasi sconosciuti come “mutuo subprime”, “cartolarizzazione”, banca d’affari, effetto leva, obbligazioni e tassi di interesse. La ricerca di sintesi è andata avanti per mesi, cercando di ottenere un linguaggio comprensibile per spiegare una realtà tanto complessa.

 

È stato uno sforzo di conoscenza e di apprendimento, anche esaltante. Ridurre la complessità alla comprensione non significa necessariamente schematizzare, ma magari conoscere dei principi fondamentali che ti spingono poi a porti domande più concrete sulla stessa complessità.

Non è questo il solo metodo seguito nell’allestimento di questa Mostra. Sulle cause e gli effetti della crisi c’è ora, da molto tempo, una sorta di “palleggio di responsabilità”. Secondo alcuni è stata la cattiva finanza a provocare il disastro. Ma ci sono altri che puntano il dito sulla “corruzione politica”. Il percorso della Mostra non cerca invece “capri espiatori”, non demonizza la finanza, non se la prende con la politica, non si cala in contrapposizioni che sono ancora ideologiche, nonostante sia passato il “secolo delle ideologie”. Il percorso della Mostra che sarà presentata al Meeting di Rimini cerca di essere il più lineare possibile, partendo dall’analisi dei fatti, dalla cadenza delle date, dalla risposta che banche centrali e governi hanno cercato di suggerire di fronte alla crisi.

Solo nell’ultima stanza della mostra, con molta attenzione, ci si permette di esprimere un giudizio che non vuole affatto essere ultimativo. Ci si permette di dire, di fronte alla molteplicità dei fatti analizzati e dei comportamenti usati dai protagonisti del mercato, che probabilmente la grande crisi non riguarda una categoria di operatori o di “persone importanti”, ma investe complessivamente una intera società.

Spiega il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, Giorgio Vittadini: “La domanda è se un’economia dell’uomo e per l’uomo non debba tener conto solo dei desideri, delle aspirazioni, della creatività, ma anche valorizzare l’esigenza e la capacità di creare legami e di realizzare il bene comune. È quindi una diversa concezione del lavoro il punto centrale da cui ripartire”.

 

 

 



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