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30 ANNI/ Quei magistrati che hanno usato la strage di Bologna per legittimare il Pci

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La stazione di Bologna il 2 agosto 1980  La stazione di Bologna il 2 agosto 1980

 

Perciò, con questi precedenti,cercare una spiegazione alla mia ricerca, sulle origini della strage del 2 agosto, di ipotesi diverse, non ufficiali nel mondo della sinistra, sarebbe pura e semplice impostura. O avrebbe un suono auto-canzonatorio.

 

Vivo da molti decenni a Bologna per poter ignorare quanto sia una città impavidamente conservatrice. Mai sleale,anche da parte della ricca borghesia, verso il partito che l’ha sempre domata, fino a darle una fibra perbenista e una vocazione di aperto, scattante, e anche petulante, conformismo. È stata la più europeo-orientale delle città italiane che si possa immaginare. Mi è capitato di paragonarla a Praga (1).

 

Per non assecondare l‘idea di ricredermi, mi basta pensare agli uomini di partito (G. Dozza, G. Fanti, R. Imbeni, W. Vitali), all’intellettuale attento ad ogni possibilità di auto-affermazione e di occupare la ribalta, Renato Zangheri (arrivò a definire “un eroe negativo” il suicidio del giovane praghese Jan Palach per esprimere la propria disperazione contro l’oppressione del regime comunista a Budapest) e al sindacalista Sergio Cofferati. Come sindaco che ha reso libera l’esalazione dell’urina e il tracciato del lerciume nel centro della città.

 

Quando ho saputo da Antonio Selvatici che i suoi libri, Prodeide e Pci Spa, pubblicati dall’editore Il Fenicottero, sono andati esauriti nel giro di qualche giorno, perché qualche anima buona e una forza politica a costei ossequiosa li aveva acquistati in blocco, ho avuto solo una prova ulteriore di questa città dall’anima serenamente sovietizzata.

Molto forte è il fondo di rispetto, anzi di lealismo, ai partiti e alle istituzioni della sinistra, dominanti dalla guerra di liberazione ad oggi, cioè da almeno 65 anni. Dietro la maschera dell’antifascismo, ho visto prosperare la più plateale dittatura della maggioranza (social-comunista, come si diceva una volta con un linguaggio vituperato come di destra).

 

L’uso pubblico della storia era solo funzionale a legittimare una tradizione e una fama di città “de-mocratica”, aperta ad ogni trasgressione, pluralista, ecc. Sul mercato politico questa retorica sulla città-simbolo è servita ad accreditare l’immagine di ciò che i comunisti non erano, e non sono mai stati, in nessuna parte del mondo, cioè una forza classicamente europeo-occidentale, di sinistra democratica, rispettosi delle differenze, aperti alla collaborazione con i “diversi”. Grazie a questa “diversità”non c’era, dunque, ragione di impedire loro l’accesso al governo. E si doveva smetterla di pensare che il comunismo fosse una maschera unica, riducibile a quella orrenda, criminale e infame dell’impero sovietico, e che quindi non fosse riformabile.

 

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COMMENTI
02/08/2010 - Una malattia dell'anima (Francesco Giuseppe Pianori)

Il comunismo è una malattia dell'anima. Una mia carissima amica definì così la situazione di Bologna: "Il comunismo ha solo colorato di rosso il borghesismo dei bolognesi". A ulteriore riprova che l'anima comunista è tipicamente borghese. Una malattia per l'appunto. Come nella leggenda del Grande Inquisitore ne I Fratelli Karamazov, ancora oggi Bologna e tutti noi preferiamo barattare la libertà con la "felicità", cioè la tranquillità squallida e inconcludente di chi si accontenta delle cose note e di un po' di pane. Panem et circenses. Dio salvi l'Italia e il Papa!