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30 ANNI/ Quei magistrati che hanno usato la strage di Bologna per legittimare il Pci

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La stazione di Bologna il 2 agosto 1980  La stazione di Bologna il 2 agosto 1980

 

Quante volte l’ho sentito echeggiare, come un maglio demolitore, nei congressi del Pci! Solo più tardi avrei capito come mai Umberto Terracini, al quale sedevo vicino, si accovacciava, a riccio, muovendo più il corpo che le mani, per mascherare un falso applauso ad Arafat mentre era al microfono, col parterre del congresso in piedi ad osannarlo, con un entusiasmo indescrivibile.

 

Non ho opinioni politiche da difendere né certezze da esibire, ma al massimo qualche documento e indizio da offrire al lettore e agli inquirenti. Chi fa il mio mestiere, e direi quello dei miei amici qui raccolti, lotta all’arma bianca, con le mani nude si arrampica su rocce acuminate. Può solo sollevare dubbi, fare domande. Scrollare idee fisse e sicurezze. Niente di più. Ai magistrati spetta esaminare i materiali e i sentieri, le tracce offerte e decidere se hanno qualche fondamento per fare in modo che tra verità giudiziaria e verità politica non ci sia una corrispondenza presupposta, cioè esclusivamente un pregiudizio.

 

L’unica cosa di cui non ha senso parlare è l’impotenza dello Stato. Lo si è fatto più volte per questa strage come per tutte quelle che l’hanno preceduta. Nella lunga storia del terrorismo gli apparati statali (servizi, ministero dell’Interno, Carabinieri ecc.) hanno sistematicamente “gestito” ogni forma di estremismo, di destra e di sinistra, servendosene per i loro scopi, non sempre reconditi. Lo hanno fatto con le Brigate rosse, infiltrando l’intera leadership, ma anche con i gruppi eversivi neo-fascisti, con forme di complicità e di collaborazione che si spiegano solo con la prospettiva di indebolire e sgominare lo stato (3).

 

Resta solo da riuscire a capire come mai, anche se male in arnese, questo fascio di istituzioni deboli, spesso corrotte, inefficienti, abbia fatto a restare in piedi, cioè a sopravvivere alle molteplici spinte, esterne ed esterne, che mirano a distruggerlo. La sinistra, quando aveva degli obiettivi rivoluzionari, non ha mai amato lo stato, e non si è mai premurata di elaborare una concezione di esso, al di là della scabra teoria, di origine comunarda, per la sua distruzione, messa a punto da Marx e Lenin. Quando ha cessato di essere rivoluzionaria si è rassegnata alla lezione che veniva dal lungo predominio della Dc e da uomini come Andreotti. Lo stato era più conveniente governarlo senza toccarlo profondamente, evitando dunque di riformarlo (4). Bastava usarlo così com’era.

 

(1) Salvatore Sechi, Bologna come Praga, “Il Giornale”, 23 ottobre 2006, p. 1.
(2) Fu il segretario della federazione comunista bolognese, Renzo Imbeni, diventato successivamente sindaco, a sostenere questa interpretazione complottarda. Cfr. Primo Congresso Regionale Pci Emilia Romagna. Atti e documenti, Bologna, 14-17 aprile 1977, Centro Editoriale Emilia, Bologna 1983. L’ho contestata ampiamente in un saggio, S. Sechi, Il Pci, l’albero, la foresta e la nuova peste, “Il Mulino”, n. 2, marzo-aprile 1977, pp. 274-302.
(3) Rimando agli studi di ricercatori indipendenti l’uno dall’altro come Gianni Cipriani, Lo stato invisibile. Storia dello spionaggio in Italia dal dopoguerra ad oggi, prefazione di Giuseppe De Lutiis, Sperling & Kupfer Editori, Milano 2002 e Mimmo Franzinelli, La sottile linea nera, Rizzoli, Milano 2008.
(4) Si veda quanto scrive nell’intervista a Piero Testoni, Francesco Cossiga, La passione e la politica, Rizzoli, Milano 2000.
 

 

 



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COMMENTI
02/08/2010 - Una malattia dell'anima (Francesco Giuseppe Pianori)

Il comunismo è una malattia dell'anima. Una mia carissima amica definì così la situazione di Bologna: "Il comunismo ha solo colorato di rosso il borghesismo dei bolognesi". A ulteriore riprova che l'anima comunista è tipicamente borghese. Una malattia per l'appunto. Come nella leggenda del Grande Inquisitore ne I Fratelli Karamazov, ancora oggi Bologna e tutti noi preferiamo barattare la libertà con la "felicità", cioè la tranquillità squallida e inconcludente di chi si accontenta delle cose note e di un po' di pane. Panem et circenses. Dio salvi l'Italia e il Papa!