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MEETING/ Hadjadj: Ecco perché il nostro "terribile" desiderio di felicità non è vano

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Il termine “natura” viene da “nascere”. Esser nato è aver ricevuto l’esistenza e quindi non essere l’origine del proprio essere. Avere una natura è aver ricevuto alla nascita una certa struttura di esistenza, un dinamismo, una tendenza che è in me e di cui non sono l’artefice. Ritroviamo quanto abbiamo detto del cuore: il centro del mio essere non è sotto il mio controllo, ciò che ho di più intimo mi rimanda ad un altro che non sono io. Io mi sveglio con i miei desideri: bere un caffè, sfogliare il giornale, guadagnare più soldi, baciare Caterina Murino, ma ecco, c’è in me anche un’altra cosa, questo terribile desiderio di felicità.

 

Perché lo chiama “terribile”?

 

I soldi possono darmi la felicità? Può farlo Caterina? Se questo desiderio di felicità non trova vie d’uscita, finisce per farmi distruggere la cosa che avevo inizialmente desiderato: siccome questa cosa non è la “cosa grande”, glielo rinfaccio e la getto via. Oppure distrugge me stesso: siccome mi accontento di cose piccole, accordo loro un valore che non hanno e soffoco il mio cuore. Attenzione, non voglio dire che Caterina Murino, creata ad immagine di Dio (e che immagine!), sia una cosa piccola. Ma per potere essere in accordo con il mio cuore, bisognerebbe che Caterina fosse piena di grazia, di verità, di eternità persino  (come la sua fragile bellezza mi lascia intravedere). Bisognerebbe che Caterina fosse divina. Non posso farci niente. È nella mia natura (nella natura di ogni uomo per poco che ascolti un pochino il proprio cuore). Dante l’ha capito molto bene. C’è in noi il desiderio della Cosa Grande che è Dio stesso. Ma questo desiderio di Dio non deve portarci a disprezzare le creature (disprezzare le creature sarebbe necessariamente disprezzare il loro Creatore). Al contrario: il desiderio di Dio ci fa desiderare la divinizzazione delle creature. Pertanto desiderare “cose grandi” non significa respingere una Beatrice nana, né fantasticare di una Beatrice di due metri e quaranta, bensí desiderare una Beatrice tale “che Dio parea nel suo volto gioire” (Paradiso XXVII, 105).

 

Oggigiorno siamo convinti che le idee “forti” non hanno alcun diritto o potere su di noi. Al meglio, se esse ne hanno su qualcuno, questo è riservato all’ambito privato, non al pubblico. È lo stesso anche per il cristianesimo? Deve esso limitare la sua “pretesa” sull’uomo?

 

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