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MEETING/ Hadjadj: Ecco perché il nostro "terribile" desiderio di felicità non è vano

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La risposta si trova nella sua domanda: non c’è incontro che se ci sono due esseri ben distinti. Allora, incontrare la verità non è un’alienazione ma un compimento. Se le dico: “Dio vuole tutto di te”, lei si spaventerà perché comparerà il desiderio di Dio al suo, e il suo è stretto, possessivo, riduttivo. Ma le ripeto quanto ho detto: “Dio vuole tutto di te”, sottolineo, “tutto di te”, cioè te stesso completamente, senza mutilazioni, senza diminuzioni, senza alienazione, e dunque te stesso con la tua anima e il tuo corpo, con la tua intelligenza e la tua volontà, con tutta la tua libertà, e persino con una libertà infinitamente più alta, perché sbarazzata da tutto ciò che ti è di ingombro. Ciò ci riconduce alle parole del salmo che si canta ai vespri della domenica: Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: domina fino al cuore dei tuoi nemici (Sal 109, 2). Se forzo il nemico, se lo piego con una anche piccola seduzione psicologica, dominerò forse il suo corpo, ma non il suo cuore. Dominare fino al cuore è la pretesa più terribile e allo stesso tempo l’intenzione più dolce. Perché non ci sono altri mezzi per dominare fino al cuore che di farsi amare liberamente ed intelligentemente, ossia rispondendo alle “esigenze del cuore”. Il catechismo della Chiesa cattolica lo dice chiaramente: “Vivere in cielo è essere con Cristo. Gli eletti vivono in lui, ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome” (Catechismo, §1025). Perché questo? Perché “l’io nasce e rinasce in un incontro”. Perché io sono me stesso solo nella mia relazione con il mio Creatore e, tramite lui, con le altre creature. Essere originale non è fare l’eccentrico. È volgersi verso l’origine e vivere nel suo zampillio sorgivo.

 

La meraviglia sembra essere la dimensione più adeguata alla forma originale della nostra ragione. Come possiamo ritrovare questa dimensione per salvare la ragione?

 

La grandezza dell’intelligenza è effettivamente quella di saper sentirsi stupida. Attenzione: sentirsi stupida non significa essere stupida. Infatti, colui che è veramente stupido è al contrario colui che crede di sapere tutto, che ha risposte per tutto. Chi si sente stupido si mette in ascolto ed impara. Un proverbio ebraico dice: “Chi è saggio? Chi sa imparare da ogni cosa”. C’è quindi un legame tra stupore e stupidità. È qui - stupendosi, sentendosi stupida - che la ragione si apre a quanto la supera, a ciò che è incontro vivo, che è al di là del calcolo (ma non disprezziamo il calcolo, questa capacità di soppesare il reale che è anch’essa un mistero - dobbiamo solamente sottomettere il calcolo alla lode, come nella musica). Il problema non è quindi come fare per riscoprire questa dimensione.

 

Perché dice questo?

 

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