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MEETING/ Hadjadj: Ecco perché il nostro "terribile" desiderio di felicità non è vano

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Perché non si tratta di fare. Se ci limitiamo al “fare”, rimaniamo nell’ambito del nostro potere, delle nostre capacità, e ci si chiude allo stupore. Non si tratta di fare, ma di essere. L’essere è infatti, in fondo, stupore. Per rendersene conto bisogna sapersi abbandonare al riposo, vivere - almeno un giorno alla settimana, un momento nella giornata - la benedizione del shabbat, che si potrebbe anche chiamare la nostra essenza domenicale. Fermate tutto (Fermatevi! Sappiate che io sono Dio, dice il salmo 45) e guardate un fiore, un paesaggio, ascoltate un quartetto di Mozart (o di Haydn), contemplate il volto di un bambino… Ammirate persino una bottiglia, una semplice bottiglia, come sa ammirarla Morandi, non con una genialità speciale, ma con un ampio respiro, con il cuore aperto e disponibile (il che è ancor meglio della genialità), ed ecco apparire il mistero, l’incomprensibilità della presenza di questa bottiglia… Anche la bottiglia più piccola è una bottiglia gettata in mare, che nasconde un messaggio del creatore di tutte le cose.

 

L’anno scorso lei ha concluso la sua intervista al sussidiario con queste parole: “Occorre che l’azione inizi con un gesto di gratuità. Se questa gratuità non è presente, non sarò mai nella direzione dell’essere”. Da dove può venire questa gratuità?

 

Non mi ricordo d’averlo detto. Forse perché era proprio un “gesto di gratuità”… La gratuità può avere due sensi. C’è la gratuità dell’assurdo. E c’è la gratuità della grazia. Tutto ciò che facciamo, tutti i nostri calcoli, tutti i nostri progetti, devono sfociare nell’una o nell’altra di queste gratuità. Hai trovato un buon lavoro, e poi? Sposi una donna, e poi? Hai dei bambini, e poi? O non c’è nessun senso, e ti ritrovi nella gratuità dell’assurdo. Oppure tutto ciò ha il senso d’un amore, un amore che dà la vita, e ti ritrovi nella gratuità della grazia. O l’una o l’altra. Ma prima ancora di capire la gratuità riguardo alla finalità dell’esistenza, essa può essere capita a partire dalla sua stessa presenza: come è possibile che io sia qui? Da dove mi arriva questo dono? È un regalo avvelenato? Anche qui: o riconosco la grazia di essere, oppure trovo assurda l’esistenza (ma in quest’ultimo caso mi contraddico, perché sfrutto l’esistenza per disprezzare l’esistenza - questa è la mia propria assurdità). Il rendimento di grazie è il fondamento di ogni azione perché, se non riconosco la grazia di essere, allora tutto quanto potrò fare sarà dell’ordine del disprezzo dell’essere, del regressione, della negazione. Questo potrà assumere un’apparenza umanistica, presentarsi come un’utopia di società perfetta; in verità, giacché non vedo l’esistenza come una grazia, quest’utopia sarà il trionfo del nulla: il suo fondamento sarà il risentimento. Sotto pretesto di costruire un superuomo o una super-società, l’impresa sarebbe la distruzione della società e dell’uomo.

 

Lei presenterà il libro di don Giussani L’io rinasce in un incontro. Cosa le ha suggerito la lettura di questo libro? Condivide la scelta del titolo?

 

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