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DIBATTITO/ L’economia continuerà a preferire il capitalismo al libero mercato?

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Il capitalismo ha trovato terreno fertile nella Riforma protestante la quale ha veicolato il principio che la ricchezza fosse manifestazione della grazia divina; questo ethos tipicamente calvinista è stato successivamente articolato e razionalizzato nell’economia weberiana. La Dottrina sociale della Chiesa, mentre ha sempre espresso riserve e talvolta anche condanna alle scelte dell’economia capitalista, ha sempre accettato e suggerito il libero mercato come il “luogo” preferito per i processi economici perché esso risulta più “aperto” ad accogliere sia le esigenze di giustizia sociale sia il principio etico che Essa invita a postulare nei processi economici: il principio del bene comune. Questo principio è attuato oltre che nel rispetto della reciprocità anche nel rispetto della solidarietà, della sussidiarietà e del dono (perché quest’ultimo come “plus del cuore” rispetta e supera gli stessi sani rapporti di equivalenza dei valori scambiati nel mercato).

 

La Chiesa, di conseguenza, è favorevole al perseguimento del giusto profitto (quello che remunera l’imprenditore per il rischio ontologico dell’impresa), ma è anche favorevole alla postulazione di eventuali eccedenze di profitto purché siano destinate a favore di fini sociali o siano investite nell’impresa a favore di nuovi posti di lavoro. La Chiesa sostiene anche che alcune tipologie di imprese (le imprese sociali) possano rinunciare alla distribuzione del profitto al capitale a favore di fini sociali.

 

Il tutto trova fondamento su due presupposti: il primo è quello che la proprietà non è un diritto assoluto, ma è “data” per essere a disposizione del bene comune; il secondo è quello che stabilisce il primato del lavoro sul capitale. Quest’ultimo presupposto, che ribalta quello capitalistico, non vuole significare che il lavoro, in quanto fattore più debole, debba essere tutelato, ma che il capitale origina dal lavoro ed è ontologicamente destinato a produrre nuovo lavoro, per cui ogni sua differente destinazione non sarebbe naturalmente giustificabile.

 

Il lavoro produce capitale per essere destinato a produrre lavoro; quando il capitale, da solo, produce altro capitale siamo quasi sempre di fronte a un’attività speculativa, siamo di fronte all’accumulo della ricchezza per la ricchezza, ove di certo la Grazia non è di casa.



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COMMENTI
17/08/2010 - il signoraggio (giorgio cordiero)

Il proprietario della moneta all'atto dell'emissione non è lo stato che la batte, bensì la banca centrale che la emette. Per ogni cento euro emessi lo stato (tutti noi) paghiamo un costo di emissione che va oltre il semplice valore intrinseco del materiale e del lavoro di stampa. Questo fa si che da 300 anni a questa parte ogni volta che si emette moneta si crea debito. Si potrebbe ovviare a questo piccolo inconveniente stabilendo che la moneta sia proprietà dello stato fin dalla sua stampa e che le banche centrali, invece di avere una propria autonomia patrimoniale , vengano incorporate nelle istituzioni statali. L'unica costoituzione che prevede questa possibilità è quella americana. Articolo 1 "Il Congresso dovrebbe aver il potere di coniare il denaro e regolarne il relativo valore". Lincoln e kennedy attuarono questo articolo , ma si sa come finirono. A supporto di quantoi scritto da me (prima ed ora) leggo che SOROS oggi ha alleggerito l'equity dai suoi portafogli e, per la prima volta , ha aumentato l'oro presente nel suo patrimoni sopra al 50%. Che abbia gia letto? DDD

 
17/08/2010 - Edonismo/2 (giorgio cordiero)

Ma come si può "BRUCIARE" ciò che era stato creato dal nulla. Il denaro è una misura dello scambio, ma allora dovrebbe avere un valore reale, ma siccome il capitalismo ha conferito al denaro un valore assoluto , la finanza creativa lo fa apparire dal cilindro. Vero è che il mercato dovrebbe regolare se stesso...allora aspettiamoci tempi durissimi e senza denaro, oppure che tutti gli stati del mondo , nonchè gli stessi capitalisti tornino a ragionare sull'effettivo valore della moneta e sul rischio che questa possa non valere più nulla..per convenzione, visto che la moneta nasce come tale, potrebbe morire come tale. Il pericole è che quando la gente "comune" capirà che il denaro di oggi non è più quello di un tempo, magari non lo accetterà più. E' già successo (weimer). Mi piacerebbe che qualche economista mi dicesse quanto vale l'euro che mi trovo in tasca alla luce della marea di denaro "farlocco" creato dall'effetto leva. Penso che il mio povero euro potrebbe valere qualche centesimo in realtà. Lancio una proposta agli studiosi: Provate a tradurre in numeri il mio concetto, ma attenzione a non creare panico!!!

 
17/08/2010 - massimo edonistico individuale (giorgio cordiero)

Luigi LOdovico Pasinetti., docente di economia all'Unoiversità Cattolica del Sacro Cuore a proposito dell'economia come "scienza umana" scive: "l’economia è per certi aspetti teoria positiva, ma per altri aspetti essa copre componenti esplicitamente normative. Tende ad indicarci, o a cercare di definire, come i fenomeni studiati dovrebbero essere, e quindi a spronare lo stesso agire umano. Per questo Keynes la definiva «con forza una scienza morale". In queste poche righe trova fondamento il concetto sviluppato nell'articolo, che condivido in toto. Pantaleoni, prima e Gossen poi sviluppano il concetto del masssimo edonistico individuale che si può riassumere in modo semplicistico con "ottenere il massimo (profitto) con il minimo sforzo. Questa teoria trova il suo compimento, ma anche la sua esasperazione nel capitalismo (senza norme e senza regole) moderno. Il denaro (moneta) viene creato e distrutto dal nulla e dalla legge del più forte si passa a quella del più furbo. Quel ragazzino appena uscito dall'università che, al soldo dei poteri forti, ma in qualche caso anche in modo autonomo, riesce a fare soldi dal nulla, utilizzando la leva finanziaria degli strumenti derivati...UNA NUOVA FORMA DI INFLAZIONE. che i sacri testi dell'economia non considerano ancora e che gli istituti di statistica non filano di striscio. I commenti dei giornalisti di fronte a giornate di borsa "nere" sono sempre i medesimi: "Oggi BRUCIATI tot miliardi di capitalizzazione".