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STORIA/ Le confraternite, quei "sindacati" che scortavano gli uomini in Cielo

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Per aiutare ognuno dei confratelli a raggiungere la meta ultima della felicità del cielo, già in questa vita bisognava prepararsi seguendo un codice religioso e morale messo per iscritto nel testo di una regola approvata collegialmente. La regola fissava il calendario delle riunioni, a volte anche più di una alla settimana. Prescriveva i riti di preghiera comune e indicava i doveri personali che scandivano il ritmo di ogni giornata, arrivando anche a toccare la cura dedicata all’educazione dei figli, il modo di aprire i pasti in famiglia, le devozioni che si potevano coltivare fra le mura della propria casa.

 

In genere ogni anno i confratelli riuniti in assemblea eleggevano o rinnovavano i ministri a cui erano affidati i compiti diversi previsti per la vita ordinata dell’associazione. Erano questi a gestire le finanze interne alimentate dalle donazioni dei soci e dal versamento di quote periodiche, provvedendo a tutte le spese necessarie per la buona tenuta della sede, per la celebrazioni delle funzioni e il sostegno delle opere o delle attività rivolte al pubblico cittadino.

 

Il momento culminante era la festa solenne del santo protettore, in cui alla messa cantata, al corteo processionale e ai suffragi per i confratelli scomparsi si potevano aggiungere un banchetto comunitario, lo scambio del bacio di pace o la distribuzione di focacce benedette “in segno e figura de comunione e reciproca caritade, dilezione e amore che (dobbiamo) avere insieme specialmente tra quelle persone della fraternità nostra” (Padova, confraternita di S. Antonio).

 

Nell’abbraccio di una scuola di vita fondata sulla ripetizione dei gesti e sull’imitazione reciproca, si spalancava per tutti la possibilità di introdursi in una esperienza di condivisione aperta alla speranza e nutrita dalla carità fraterna: “E cossì io prego il Signor Idio mi volia perdonare deli erori mei, prima, e poi a tuti li altri, chiedendoli perdonanza con animo di emendarmi per lo avenire acciò che alla fine possa andar al loco de felicità eterna insieme con tuta la compagnia (della fraternità), come io spero e tengo per certo” (Milano, confraternita della Penitenza e di S. Francesco in S. Lorenzo maggiore, 1573).

 

 

 



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