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LA STORIA/ Walter Tobagi credente: quella verità che ci libera gli occhi

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Walter Tobagi  Walter Tobagi

Forse è anche per questo che di Chiesa e di mondo cattolico (allora attraversato dai fermenti post-conciliari) si è occupato professionalmente pochissimo. E non ne scrive mai quando lavora ad Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Anni che ricorderà come i più sereni. Allora c’erano stati il matrimonio e la paternità, la laurea in storia con una tesi di mille pagine sui sindacati confederali degli anni ’45-’50 e il suo primo libro, uscito nel 1970. Ovvero la Storia del Movimento Studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia, dove, da “storico del presente”, coglieva nei fatti la drammatica contraddizione del Sessantotto. Quella cioè di abbandonare ben presto la prospettiva del futuro da costruire per rivolgersi, nel magma della sinistra politica e culturale, soltanto al passato. E di costituire così la tragica rivincita dei “nonni”, rivoluzionari e massimalisti, contro i “padri”, democratici e costituzionali, scivolando inesorabilmente verso la violenza, prima verbale, poi fisica e quindi armata.

 

Eppure di Chiesa e di cattolici si occupa anche professionalmente pur se in maniera episodica. C’è un suo bel libro per Il Mulino, una matura biografia di Achille Grandi (che magari la Cisl farebbe bene a riproporre), Ci sono, li abbiamo ripresi nella vasta antologia curata cinque anni fa per l’Associazione Lombarda dei Giornalisti, interventi sporadici ma significativi, e sempre dentro l’attenzione alla novità. Come gli articoli sul fenomeno allora nuovo di Comunione e Liberazione negli atenei, che Walter racconta come sono, senza liquidarli come “clericofascisti” secondo la vulgata allora corrente, oppure i contributi su Papa Woityla, sempre problematici, come quello del confronto con la realtà omosessuale, che forse non avrebbe sfigurato nel bel volume che il Corriere oggi (27 maggio 2010, ndr) ha mandato in edicola e dove si nota dolorosamente l’assenza dell’argomento religioso.

 

Credo comunque che, al di là del ricordo, anche un’opportunità come questa possa costituire davvero una “memoria del futuro” (era un’espressione che, da storico, gli piaceva molto). E sia il caso di dar conto del suo interrogarsi in profondità di che cosa volesse dire, nella temperie di quegli anni, la condizione del “cristiano che di mestiere fa il giornalista”. Allora eravamo solo in sette i cristiani “dichiarati” nella grande redazione del Corriere. E l’occasione furono, nell’estate del ’79 quando era già nel mirino dei terroristi , le bozze del Catechismo per gli Adulti, che l’arcidiocesi di Milano gli aveva mandato in visione. Per Walter, che andava subito all’essenziale, era indispensabile ripartire dalla sapienza delle Scritture.

 

In fondo, a ben vedere, Gesù Cristo non fa programmi, non lancia messaggi: a chi gli chiede, chi fosse e cosa proponesse, risponde soltanto con queste parole: “Venite e vedete…”. E andare e vedere, magari con l’occhio lungo e l’orecchio attento del cronista, commentava Walter col suo quieto sorriso, non è forse la sostanza ultima del nostro mestiere?

 

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