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IDEE/ L'uomo moderno, come l'antico, attende ancora un "dio ignoto"?

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Mi limito a un esempio di quanto detto attraverso il richiamo a una figura un po’ marginale e periferica, trascurata dalle stesse fonti antiche, ma interessante. Parlo di un generale greco ellenistico, Menandro, vissuto nel II secolo a.C., che a seguito di vicende militari complesse invase l’India, ne occupò una vasta porzione dell’area nord-occidentale, e stabilì un regno indo-greco che durò un paio di secoli dando luogo a un’esperienza breve, ma significativa di incontro e di integrazione fra due mondi culturali molto diversi. Secondo una fonte indiana che ci parla di lui (il Milindapañha), Menandro era talmente divorato dall’ansia di capire da cercare in ogni regione dell’India qualcuno che sapesse rispondere ai suoi dubbi e alle sue domande: «Molto rimane ancora del giorno: che cosa faremo ritornando ora in città? C’è qualche saggio samaĔa o brāhmaĔa  o capo di una setta o arahat, un Buddha perfetto, il quale potrebbe conversare con me e dissolvere i miei dubbi? (…) In verità, signori, è una piacevole notte di plenilunio. Forse domani incontreremo un qualche samaĔa o brāhmaĔa cui porre domande. Chi è capace di conversare con me e disperdere i miei dubbi?». Questo è l’uomo greco! La sua ansia di capire, di sviscerare il significato delle cose appare talmente singolare agli occhi di quella cultura straniera, che, secondo il racconto del nostro testo, un antico saggio, già sottratto al ciclo delle rinascite e collocato in un mondo di deva, prossimo al nirvāĔa, fu quasi costretto a reincarnarsi per rispondere alle domande del saggio re.

 

Un’altra parola che può riassumere il senso dell’esperienza antica è la parola limite. L’universo in cui l’uomo greco vive è un affollarsi di forze e di spinte contraddittorie: il destino dell’uomo si chiama in greco moîra, cioè assegnazione di una parte all’interno di un contesto in cui a ogni essere e ogni potenza della natura è assegnato un ambito ben preciso. La Bibbia inizia con le parole «All’inizio Dio creò il mondo» e procede, di fronte a ogni atto della Creazione, con la formula «e vide che ciò era buono»: per l’uomo antico non solo è difficile concepire un Dio che crea il mondo dal nulla, ma nell’incertezza e nella nebbia di un inizio indistinto vi sono forze primordiali caotiche, in mezzo alle quali vagano mostri: solo dopo generazioni di lotte fra esseri divini si arriva all’equilibrio attuale e all’assestarsi di una giustizia che è pur sempre precaria, perché basta un gesto inconsulto dell’uomo per rimettere in discussione l’equilibrio raggiunto e costringere gli dèi a intervenire per riassestare il cosmo.

 

Ancora oggi il mondo è percorso da forze che mettono paura o danno adito a turbamento, e l’uomo è al centro di questo quadro. Nessuno meglio di Sofocle nell’Antigone (vv. 331 ss.) seppe esprimere questo concetto: «Molte sono le cose mirabili, ma nulla è più mirabile dell’uomo», dove a mirabile corrisponde nel testo greco un termine intraducibile in italiano (deiná), che suggerisce insieme l’idea del timore, della meraviglia, dell’eccezionalità.

 

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