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IDEE/ L'uomo moderno, come l'antico, attende ancora un "dio ignoto"?

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Anche l’uomo greco intuisce l’esistenza di dèi che regolano positivamente il cosmo, ma tra questa rassicurante intuizione e l’esperienza concreta della vita c’è un abisso. Lo afferma poeticamente Euripide nella tragedia Ippolito (vv. 1302-6): «Il pensiero degli dèi, quando giunge al mio cuore, grandemente allontana i dolori. Ma sono abbandonata dalla speranza di capire, se guardo le sorti e gli eventi dei mortali: si volgono da ogni parte e si tramuta senza soste la vita umana nel suo continuo errare». Gli dèi possono intervenire nella vita dell’uomo, ma non sempre e non necessariamente in maniera positiva per aiutarlo e confortarlo.

 

L’uomo greco percepisce il fascino della razionalità e della bellezza, ma sente dentro di sé la presenza altrettanto imponente dell’irrazionale, forze tumultuose che non sempre si riesce a dominare. Nella sua ansia di capire, l’uomo cerca di utilizzare anche queste forze irrazionali come risorsa nella sua ricerca di senso, anzi ritiene che esse possano portarlo là dove la ragione da sola non è capace di arrivare. Platone ricordava nel Fedro che vi sono forme di pazzia (manía) che permettono all’uomo di percepire cose che la ragione da sola non sarebbe in grado di cogliere: l’amore, l’ebbrezza, l’esperienza mistica per esempio. L’estasi (ek-stasis) è appunto l’uscita da sé, un momento in cui l’uomo valica i limiti della razionalità per giungere a territori che ad essa sono preclusi.

 

Se la vita è piena di dolore e di amarezza, e se la ragione da sola non è capace di confortare pienamente un’esperienza umana cosciente del suo limite, che cosa può fare l’uomo in un quadro apparentemente così negativo? Innanzitutto, meglio vivere, come risponde tristemente a Odisseo l’amico Achille, quando nell’Odissea il protagonista lo incontra tra le anime dei morti (XI, vv. 471 e ss.): mille volte meglio trascinare una vita di stenti al servizio di un padrone, che essere grandi in un’eternità nebbiosa di fantasmi privi di consistenza. La vita è un valore e vale la pena vivere: se il dolore prevale sugli aspetti positivi, vorrà dire che si valorizzeranno questi ultimi nei brevi momenti in cui essi appaiono, o si cercherà di strappare al cupo procedere dei giorni qualche momento di felicità. Il greco ha una costante volontà di vivere, ha una vita sociale intensa, gli piacciono le feste e il vino. Si può sempre sperare che la benevolenza degli dèi si presenti apportando luce e dolcezza in questo quadro doloroso: «Effimeri. Che cosa è uno? Che cosa non è uno? Sogno di un’ombra è l’uomo. Ma quando giunge un raggio di luce divina, un luminoso splendore incombe sugli uomini e una vita dolce come il miele» (Pindaro, Pitica 8, 95 e ss.).

 

Riprendiamo il passaggio di Euripide citato prima: «Tutta piena di dolori è la vita dell’uomo, e non vi è alcuna requie agli affanni». Il poeta prosegue con queste parole: «Se vi sia un’altra esperienza migliore della vita, la tenebra la nasconde coprendola con nebbie. E siamo banalmente attratti da ciò che sfavilla sulla terra, perché non abbiamo esperienza di un’altra vita e non c’è rivelazione di ciò che sta sotto terra: siamo allo sbando per colpa dei miti» (Ippolito, vv. 189-197).

 

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