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LA STORIA/ Marina Corradi: vi racconto quella ferita "carnale" che mi ha riaperto gli occhi

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L'articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola

 

Il reparto dell’ospedale brianzolo è vecchio ma chiaro, pulito, indaffarato in una efficienza padana. Alle otto del mattino gli inservienti lavano i corridoi in un allargarsi di odore di ammoniaca; le infermiere girano coi carrelli delle medicine, assorte e attente a preparare le dosi.

Passa un medico, nei corridoi lo apostrofano con un buongiorno cordiale – come fosse, la sua, una faccia benvoluta e fidata. Qui, pensi, di malasanità nemmeno l’ombra. Tutto va come deve andare, i pazienti tranquilli nelle camere che il cielo del mattino di settembre riempie di luce bianca.

Sì, nell’ospedale alle porte di Milano tutto va, pare, nel migliore dei modi. Ma nell’ingresso c’è su una barella una paziente appena scaricata da un’ambulanza, in attesa del ricovero. È anziana, molto pallida, ha i capelli grigi sciolti sul cuscino in una trasandatezza che certo non le è abituale; nell’abbandono del decoro abituale leggi l’ora della sofferenza, quando alle cose da poco non si bada. La donna, la cannula dell’ossigeno nel naso, respira con un po’ di fatica. Ha una infermiera accanto, non è sola; ma è lo sguardo, lo sguardo che ti butta addosso dai suoi occhi scuri, che nella quiete ordinata del piccolo ospedale ti ferisce e ti taglia.



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COMMENTI
16/09/2010 - vero, ma (Antonio Servadio)

vero, ma quanti altri mettono dita e mani nelle piaghe fisiche e morali altrui pensando che siamo solo pezzi di carne ?

 
16/09/2010 - La carne te la senti addosso. (claudia mazzola)

Prima alle 15,00 vedo la mia vicina d'ufficio, capelli bianchi alla maschietto, la saluto e mi dice:"non dormo la notte e mi porto tutti i miei 85 anni sulle spalle, che fatica però!" C'è anche qui una ferita, domanda d'amore, solo che lei non Lo ha ancora riconosciuto.