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IDEE/ La sfida dei "discepoli" di Newman alla cultura del niente

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Per quanto riguarda Przywara, è noto che tra i suoi primi impegni ci fu quello di ricopiare “passi cruciali” di grandi, come Newman e Agostino. Curò quindi un’antologia degli scritti del neobeato. Nell’ambito della sua produzione iniziale, Fondazione della religione prende in esame insieme all’opera di Max Scheler quella di Newman. Il rinnovato impegno speculativo della neoconvertita Edith Stein, poi, proprio su suggerimento di Przywara, prenderà le mosse dalla traduzione delle lettere di Newman. Przywara da Newman apprende “la bellezza dell’opporsi degli opposti”, che lo porta a sviluppare la sua “Analogia entis”, una via decisamente diversa dalla “contraddizione”, impiantata nella filosofia europea dalla dialettica hegeliana.

 

Forse proprio qui è da rintracciare quella radice profondamente cattolica che permetterà all’articolata sequela di Newman di costituire un filone vitale in una cultura di morte. A veder bene, l’originario “no” hegeliano si costituisce nel peccato originale, vera generazione dell’uomo nella sua filosofia. Ad esso la filosofia del “Veritatis investigator” (la definizione è di Pio XI), contrappone un “sì”, intercettato in tutte le fasi del processo conoscitivo. Un “amen”, si potrebbe quasi dire, che si staglia in tutto il suo valore al confronto della “neantisation”, onnipresente nella antropologia sartriana, e del “ni-ente”, via di accesso alla ontologia heideggeriana.

 

Don Luigi Giussani, che lo considerava “il più grande pensatore occidentale dell’Ottocento”, ne ha intuito molto acutamente la grandezza filosofica, quando ha osservato: “La vera conversione - diceva Newman - è la scoperta di una cosa che mi fa fare in modo più vero quello che desideravo prima”; “è la scoperta più profonda della verità che hai addosso” (Certi di alcune grandi cose).

 

 

 



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