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IDEE/ Cameron ha capito che non c’è Big Society senza il Papa. E noi?

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Ci voleva David Cameron, primo ministro inglese, per dire che la religione è un elemento essenziale per costruire la trama e l’ordito del tessuto sociale. Certo, lo ha fatto di fronte al Papa di Roma, cercando di minimizzare quel venticello secolarista e anticlericale che da settimane spirava lungo la Manica e che, alla prova dei fatti, si è tradotto soltanto in qualche sporadica contestazione.

 

Sarà dunque per questo che Cameron lo ha detto. O forse per dare ancora più enfasi al suo progetto di “Big Society”, che tanto sta facendo parlare sull’Isola e in Continente, spingendo anche giornali di provata fede laica a interrogarsi, per una volta, sull’altro welfare possibile. Quello che, meno pomposamente da un bel po’ di tempo in più, nel nostro paese abbiamo definito “welfare della sussidiarietà”.

 

Ma non di questo vogliamo parlare. Quel che preme è sottolineare proprio quel concetto: la religione come fondamento del tessuto sociale. La traduzione non letterale potrebbe essere questa: se vogliamo che la società resista all’urto dell’individualismo radicale e libertario, ci vuole qualcosa che sia capace al tempo stesso di tenere insieme i pezzi e di educare le persone. Dunque, appunto, ci vuole la religione come parte integrante della vita sociale, riconosciuta come tale e non sottaciuta o nascosta agli occhi della meglio borghesia. Nessuna filosofia umanistica o umanitaria è capace di tanto.

 

Una verità semplice come l’acqua, ma ormai quasi indicibile. Chi si azzarda ad affermarlo in pubblico rischia infatti di essere subito redarguito e bollato di collateralismo con gli interessi corporativi più profondi della Chiesa e delle sue propaggini secolari.

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