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HAWKING/ A che vale spiegare l'universo se si censura la domanda sul senso?

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Eppure, dotato di quest’apertura alla realtà come sono (nel cosmo, l’unico punto di osservazione e di riflessione è l’uomo), non riesco ad abbracciarla tutta con lo sguardo e con la ragione: arrivo a percepire che c’è qualcosa piuttosto che il nulla, ma non tutto quello che c’è mi è presente. Quello che sta accadendo a pochi metri dalla mia stanza, pur sentendo i passi del vicino che si sta alzando da letto, mi è ignoto, e così mi sfugge (purtroppo!) l’alba che inizia ad illuminare le rocce delle dolomiti ampezzane. Non posso misurare con la mia vista né rappresentare nella mia mente tutto ciò che esiste. Tuttavia esso esiste, e la drammaticità di questa sproporzione rende certa e umile l’affermazione che «ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, che non nella tua filosofia», per prendere a prestito le parole di Shakespeare nell’Amleto.

 

«Senza ammettere quella x incommensurabile, senza ammettere la sproporzione incolmabile tra l’orizzonte ultimo e la capacità degli umani passi, l’uomo elimina la categoria della possibilità, suprema dimensione della ragione; poiché soltanto un oggetto incommensurabile può rappresentare un invito indefinito per una apertura strutturale dell’uomo» – osserva don Giussani ne Il senso religioso – ed è questo “oggetto ultimo” «che, riconosciuto, rende l’uomo inesauribile ricercatore». Una ricerca sulla realtà a tutto campo (e il campo della realtà è più esteso dell’intero cosmo, del quale si occupano gli astrofisici: dal regno della fisica sono esclusi l’amore di uomo per la sua donna, la gioia per la nascita di un figlio, il dolore per la morte di un amico) che non può essere separata dalla domanda sul suo senso: non mi interesserei della tazzina se non per poter sorseggiare un buon caffè, né guarderei fuori dalla finestra se la città che si desta al mattino non mi attendesse per recarmi al lavoro. Per quale ragione Hawking e i ricercatori come lui si dedicherebbero allo studio dell’universo se esso non fosse “per loro”, come lo è “per me” e per ogni altro uomo che in esso vive e di cui porta la coscienza? E non è forse questa la domanda sul senso di ciò che esiste, che alcuni vorrebbero espungere dalla ricerca della verità delle cose?

 

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COMMENTI
06/09/2010 - La realtà c'è, eccome ... (Lucia Orgosolu)

E' propri vero, come è scritto nell'articolo davvero commovente (ma non è sentimentalismo, è realismo!), che quando uno si sveglia alla mattina c'è sempre qualcosa o qualcuno accanto a te che ti dice: apri gli occhi, la realtà c'è e Qualcuno l'ha fatta, non tu. E non solo l'ha fatta, l'ha fatte per me, per te. Se così non fosse, la vita non sarebbe drammatica (che è dire poco), ma tragica. Non so come facciano i negatori di questa elementare esperienza a fare i conti con quello che li aspetta domani mattina, quando vanno in ufficio o a scuola. Oppure, in laboratorio, come gli scienziati. Grazie a Roberto Colombo e a voi per averci ricordato che la vita o ha un senso o non è. Con buona pace degli ostinati detrattori della realtà.

 
06/09/2010 - Il non senso della ricerca del senso (Giordano Bianchi)

Da 2500 anni e oltre (a partire dai filosofi greci) si è cercato di capire il senso della vita, di trovare la "verità" (!?!) e così via. Ma tutto questo non ha portato l'umanità a fare un solo passo in avanti, finché è arrivata, con l'epoca della ragione, la scienza. E nessuno può dubitare che la scienza ci abbia fatto fare più progressi pratici (quotidiani, per stare all'articolo di Colombo), in qualche secolo, che non i millenni di filosofia e di teologia. Ma vogliamo lasciare in pace gli scienziati (e Hawking è uno tra i migliori di essi) perché arrivino a qualche conclusione sul mondo che ci aiuti a vivere a capirlo di più che non i sofismi dei filosofi? Raccolgo la provocazione dell'autore dell'articolo e dico: "Dio non esiste, io non l'ho incontrato". Se il criterio per l'esistenza o la non inesistenza di qualcosa o di qualcuno è il fatto di averlo incontrato oppure no, beh, come la mettiamo?

 
06/09/2010 - Hawking e la vita quotidiana (Marta Scorsetti)

Non conosco il professor Hawking (so solo che è affetto da una malattia neuromuscolare invalidante, e di questo mi dispiace molto), ma mi chiedo, dopo aver letto il bell'intervento di Roberto Colombo, se l'illustre scienziato usi la sua ragione in modo ragionevole oppure no. E, ancor prima, se faccia i conti con l'esperienza quotidiana (quella della tazzina del caffè di cui parla Colombo), oppure si alzi al mattino e si immerga subito con la testa fra le galassie che studia con tanta passione. La questione del senso o del non senso della vita concreta è la cosa più importante con la quale ognuno di noi fa i conti tutti i minuti, dall'alba al tramonto (e, talvolta, anche di notte). Dice Gesù nel Vangelo: "A che giova all'uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la sua vita?". Uno può arrivare a capire tutto delle stelle, ma non sapere distinguere ciò per cui vale la pena vivere da quello per cui si butta via la nostra esistenza. Gli esempi bellissimi riportati nell'articolo mi hanno commosso per la loro semplicità e verità. Per essere scienziato uno deve essere anzitutto uomo o donna, cosciente del suo io, mendicante del suo destino. Ma perché questo accada occorre un incontro ... come l'episodio citato da Colombo mostra. Un incontro imprevedibile e imprevisto con Dio in forma umana, cioè con Cristo. Auguro di cuore a Hawking che questo possa accadere anche a lui, come è accaduto a Frossard, a tanti altri e anche (buonultima) a me.

 
06/09/2010 - Un articolo veramente ragionevole e chiaro (Giuseppe Iacquinta)

Complimenti al prof. Roberto Colombo per l'eccellente intervento sul sussidiario di oggi! Un commento ragionevole, realistico e chiaro, che fa piazza pulita di pregiudizi scientisti sul senso religioso dell'uomo. Colombo ha mostrato, attraverso concreti ma ragionevoli esempi - comporensibili a chiunque - come la realtà e non l'abbiamo fatta noi. E' una evidenza lapalissiana che il nostro io sta davanti ad essa pur senza averla costruita. Nessuno può darsi l'essere da solo né può dare l'essere ad alcunché, perché lo riceve a sua volta dal Mistero che ha l'essere in sé. Se non si vuole ricorrere alla metafisica, si vedano gli esempi portati nell'articolo. Ogni insegnate dovrebbe utilizzarlo per discutere con i suoi studenti la irreagionevole e irrealistica tesi di Hawking. Grazie, dunque, per questo bellissimo articolo. Ma, scusate, perché non lo mettete come editoriale?

 
06/09/2010 - se è dal nulla è nulla esso stesso (Vincenzo Mascello)

Se veramente Hawking attraverso la sua esperienza umana e non solo attraverso la speculazione scientifica-filosofica ritiene vera l'affermazione che dal nulla la realtà proviene ... allora anche il suo libro non varrebbe la pena di essere letto ... anzi non varrebbe la pena di essere scritto!! Tanto è una pura emergenza casuale e non varrebbe niente di più rispetto ad una goccia di guano in un sottoscala di un palazzo crollato da centinaia di anni. Se gli va bene così allora ... Ma non gli va bene così!!! Solo che è duro per un'eccellente scienziato dover ammettere la limitatezza della propria ragione che non riesce ad esprimersi al livello di una qualunque ultraottantenne sdentata russa che in qualche parte Siberia si rivolge con assoluta certezza al suo Dio che fa tutte le cose e che rende grande la pochezza della propria vita ... non solo del proprio destino futuro .. ma quella vita lì in quel momento Aprire la porta è rischioso ma solo da lì può entrare la ventata di aria nuova.

 
06/09/2010 - Senso e non-senso (Antonio Gravano)

La cultura occidentale, in generale, è malata di senso, della ricerca di senso in ogni cosa e ad ogni costo. Il parossismo del senso lo raggiunge la cultura impregnata di senso religioso. Che l' uomo visibilmente sperduto nell' universo infinito (perché in perenne espansione) abbia sempre cercato un senso alla vita e all' esistenza è "umano", e perciò si è inventato la religione e la "scienza" della religione che è la Teologia, e si è inventato la filosofia, che è la "scienza" della conoscenza. Un senso della vita e dell' esistenza si può chiedere alla religione e alla filosofia. Ma alla scienza sperimentale non si può chiedere il senso della vita e dell' esistenza, perché non è nel suo statuto di fondazione cercare e trovare il senso delle cose, ma solo le spiegazioni dei fenomeni fisici attraverso ipotesi e teorie verificabili.