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IDEE/ Senza una nuova ragione il nostro io sprofonderà nella società liquida

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Epithumia, eros, agape, desiderium, passio, libido... sono alcuni lemmi con i quali filosofi, poeti, padri della Chiesa, psicologi hanno tentato di illuminare lungo i secoli quel gran “guazzabuglio” che è il cuore dell’uomo e degli uomini associati in comunità civili e statali e il motore nascosto che lo tiene acceso. E che oggi, secondo le analisi del Censis, si starebbe lentamente spegnendo, almeno per quanto riguarda quella comunità civile e statale che si chiama Italia. La libido si andrebbe esaurendo nel consumo bulimico dell’immediato presente, il desiderio perderebbe la tensione all’infinito che gli sta davanti, il ruscello sorgivo si impantanerebbe in una palude immobile e fetida.

 

Impossibile resistere alla tentazione di far osservare a De Rita che in almeno una decina di Rapporti Censis precedenti ciò che lui oggi presenta come un peccato era invece considerato una virtù: l’arte del galleggiare qui e ora e dell’adattarsi, l’abbandono delle “grandi narrazioni” per il piccolo discorso quotidiano, il convivere con il declino, il desiderare in piccolo, il muoversi negli interstizi. Bentornato alla realtà, verrebbe voglia di esclamare. Che è appunto definita da una débacle antropologica e civile, politica e istituzionale, un “8 settembre” senza guerra e senza macerie materiali, una crisi da Prima repubblica. La quale almeno aveva davanti l’illusione di una Seconda migliore. Riesce ora più difficile farsi illusioni sulla Terza futuribile.

 

Sgomento, senso di impotenza, voglia di fuga, estraneamento, soprattutto tra i giovani, sono oggi i sentimenti più diffusi, spesso intrecciati a conati ribellistici e a sdegni moralistici di coloro che credono che la morale consista nell’indignarsi contro qualcuno, come osservava Charles Péguy. L’immagine del barone di Muenchhausen - qual è descritto nel romanzo settecentesco di Rudolf Erich Raspe, mentre tenta di sollevarsi dall’acqua e dal fango di una palude afferrandosi per i propri capelli - restituisce come un’istantanea la condizione dell’homo italicus oggi. Donde gli interrogativi: come far ripartire il desiderio, la tensione verso il futuro, la voglia di vivere e di cambiare il presente, gli investimenti e il sacrificio del consumo immediato? Come far ripartire lo sviluppo? Come uscire dal circolo vizioso narcisistico e soggettivistico di un Io che si autoconsuma?

 

Intanto, bisogna intendersi sulla definizione di “desiderio” e, poi, capire perché si stia spegnendo o sopravviva solo a macchia di leopardo in piccole “minoranze creative”. Diversamente dall’appetitus animale il desiderio umano è avvolto dal logos, è una tensione infinita verso l’Essere. La realtà spinge e attira il logos umano, lo circonda e lo eccede da ogni lato. E poiché lo eccede e lo sorprende, esso ne dipende. Il logos umano non è altro che il manifestarsi di questa realtà. La struttura ontologica del desiderio è questa relazione dinamica tra il logos e la realtà. Il logos non si limita a rispecchiare, tende. Non è l’unica antropologia possibile. Nella storia delle culture e delle filosofie è apparsa anche l’antropologia della Volontà. Le filosofie/ religioni orientali camminano su quel crinale.

  



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