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IDEE/ Senza una nuova ragione il nostro io sprofonderà nella società liquida

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Bisogna dunque scavare nella relazione realtà-logos umano, oggi, nel tempo presente. Se questa non funziona, il desiderio si ammala. La realtà: gli uomini, le cose, la natura, la storia umana, le civiltà, le paci e le guerre, la vita e la morte. Ora, ci sono alcune epoche della storia umana - Hegel le chiamava “epoche disorganiche” - in cui la rapidità e l’imponenza dei mutamenti è così imprevedibile e violenta che mette in discussione la normale e codificata percezione che gli uomini hanno del proprio tempo e sconnette di colpo il rapporto tra le tre dimensioni del tempo storico, il presente, il passato, il futuro. Il rapporto tra realtà e ragione è scosso violentemente come un albero nella tempesta. Nel Manifesto del Partito comunista del 1848 Karl Marx descrive con grande lucidità questo processo relativamente al suo tempo (così come Heidegger farà in Essere e tempo rispetto al proprio tempo, con altro linguaggio): “Tutte le stabili e arrugginite condizioni di vita, con il loro seguito di opinioni e credenze rese venerabili dall’età, si dissolvono, e le nuove invecchiano prima ancora di aver potuto fare le ossa. Tutto ciò che vi era di stabilito e di rispondente ai vari ordini sociali si svapora, ogni cosa sacra viene sconsacrata e gli uomini sono finalmente costretti a considerare con occhi liberi da ogni illusione la loro posizione nella vita, i loro rapporti reciproci”.

 

Non c’è dubbio che l’epoca che stiamo attraversando abbia le caratteristiche “disorganiche” delle età che, una volta sorpassate, i posteri, già approdati alle stabili rive dell’epoca successiva, hanno definito “di transizione” e che i contemporanei hanno vissuto nell’incertezza, nello spaesamento, nella paura. Si pensi all’“epoca di transizione” che si apre con il Sacco di Roma del 410 e che si chiude nel Natale dell’’800 con l’incoronazione di Carlo Magno. Il De Civitate Dei di Sant’Agostino testimonia in toni drammatici quel travaglio appena incominciato. O all’epoca di “transizione” che si apre ufficialmente con la scoperta dell’America - la prima globalizzazione - e si chiude con gli inizi della rivoluzione capitalistica e industriale.

 

Ora tocca alle generazioni presenti il travaglio di un’altra “transizione” verso sponde sconosciute. Il Rapporto Cresson del 1996 aveva individuato tre choc decisivi: la globalizzazione, lo sviluppo tecnico-scientifico, la Rete. Di colpo i nostri quadri ermeneutici sono andati in frantumi, la realtà se n’è staccata. Donde il nuovo mal du siècle: la società liquida, la perdita delle dimensioni del tempo storico, il ripiegamento narcisistico sul consumo del presente, il rifiuto dell’investimento e del sacrificio, il nichilismo quale risposta rassegnata. Il futuro non viene più intravisto. La dinamica pigra delle nostre percezioni del mondo esige che il futuro sia più o meno rappresentabile come la ripetizione inerziale migliorativa del passato, qualcosa di addomesticabile in primo luogo dall’intelletto e pianificabile dalla volontà. Ma se il logos perde il contatto con la realtà in divenire, allora cadono la volontà, l’ethos, il desiderio.



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