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STORIA/ Ecco perché Marchionne, e non Berlusconi, farà il funerale a Bersani &C.

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1983: Diego Novelli, Fausto Bertinotti, Luciano Lama (Imagoeconomica)  1983: Diego Novelli, Fausto Bertinotti, Luciano Lama (Imagoeconomica)

Come mai un partito che ha reciso le radici della sua identità storica (il comunismo), qual è il Pd, si trova in grande difficoltà a farsi accettare come un partito riformatore? La risposta più semplice è che le riforme non servono a qualificare in maniera precisa e inconfondibile sul mercato politico i soggetti che le richiamano e le promuovono.
 I partiti di centro-sinistra e di centro-destra sono forze concorrenti nel segnalare la necessità e l’urgenza di trasformazioni dello stato di cose esistente. È questo un elemento che serve a mostrare ulteriormente che la contrapposizione, il vero e proprio conflitto tra Berlusconi, Bossi e Fini da un lato, Bersani, Di Pietro, direi lo stesso Vendola non assomiglia in alcun modo al vecchio contrasto tra conservatori e riformatori.

La richieste di ampie riforme non segnano come una trincea, un sistema di argini e paletti, le differenze tra i due schieramenti, in quanto chiedere profondi cambiamenti nell’ amministrazione dello Stato e della giustizia, nel regime fiscale, nella distribuzione del reddito, nella difesa del suolo, della natura, come del ruolo delle donne e delle nuove generazioni, della difesa delle etnie ecc., è un coro comune.
Se gli elementi di differenziazione vengono fatti risiedere nella cosiddetta qualità delle riforme, la discussione si perde nella nebbia identitaria più fitta e avvolgente, in cui ognuno si inventa  prerogative e rivendica antecedenze e primati che servono ad arroventare la rissa già notevolmente avanzata.

Nel caso degli ex comunisti la situazione è apparentemente più semplice e più tragica. La tradizione culturale e politica comunista è nata sul presupposto di contestare e negare che per modificare i rapporti sociali e creare una società più libera e più giusta bastasse prendere per le corna il toro capitalista e spingerlo con mano ferma verso una rotta diversa.
Il comunismo partiva dall’idea che fosse un male, e andasse sradicato, il lavoro salariato e i rapporti capitalistici di produzione in cui l’obiettivo di incrementare la rendita e il profitto determinava ineguaglianze sociali insanabili. Era necessaria la violenza rivoluzionaria per separare il grano dal loglio, liberare gli sfruttati e gli oppressi e creare una società di liberi ed eguali.
 



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COMMENTI
14/01/2011 - Il silenzio dei buoni (luisella martin)

Molto chiaro ed illuminante l'articolo del prof. Sechi che attraverso la sua passata esperienza e la capacità di cambiare idea (cosa non di tutti), ci fornisce molte risposte. Mi chiedo come un disegno così fortemente negativo abbia tanto condizionato la vita del nostro dopoguerra e come abbiamo potuto ospitare il comunismo fra i nostri partiti (dopo aver giustamente vietato la ricostituzione del partito fascista). Poi mi viene in mente un aforisma che recita così: "perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rimangano in silenzio!"

 
14/01/2011 - finalmente! (Euro Perozzi)

Questo articolo centra il problema: per giorni mi stavo arrovellando dietro alla domanda del perché la gente guardava il dito-Marchionne che indicava la luna-fabbrica. Ora sono molto indeciso: se sperare che vinca il NO e si accelleri il processo entropico della società italiana, o che vinca il SI e si cominci a parlare di fabbrica, e di qualità totale (della vita), di obiettivi della nazione, di unità, e di tutto quello che "i comunisti" di stampo orwelliano ci hanno tolto dal 1921...