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STORIA/ Ecco perché Marchionne, e non Berlusconi, farà il funerale a Bersani &C.

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1983: Diego Novelli, Fausto Bertinotti, Luciano Lama (Imagoeconomica)  1983: Diego Novelli, Fausto Bertinotti, Luciano Lama (Imagoeconomica)

Una cosa è prendere atto che il comunismo ha perso una battaglia storica nella lotta contro il capitalismo e il socialismo liberale (cosa che D’Alema ha riconosciuto), un’altra cosa è confessare a operai, contadini, artigiani, intellettuali, tecnici, insegnanti ecc. che nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli apparati statali il comunismo realizzato è stato un’immensa macchina di dispotismo, di controllo poliziesco, di aumento delle gerarchie e delle disuguaglianze, di generalizzata corruzione e sottosviluppo.
Ancora più arduo è aggiungere che in Svezia, Norvegia, Danimarca, nell’Inghilterra laburista e nella Francia governata dai socialisti, ecc. le prospettive di vita, le condizioni di lavoro, l’occupazione, il sistema di garanzie sociali del popolo sono radicalmente cambiate. Bersani può almanaccare, tergiversare, ma non può dire che i riformisti, cioè i socialisti democratici hanno avuto ragione, e i comunisti s interamente torto.

Ora, il sonno della ragione e l’innato conservatorismo dei gruppi dirigenti delle diverse varianti di partito in cui si sono rifugiati gli ex comunisti ha trovato nel manager della Fiat, Sergio Marchionne, un suono di campane a morto. Marchionne parla il linguaggio di ciò che i comunisti hanno sempre odiato, cioè dell’impresa. Ma anche del salario legato alla produttività, del profitto che può essere creato anche fuori del territorio nazionale. L’impresa non può vivere in un sistema di poteri di veto come quello in cui è prosperato un sindacato che nella rappresentanza ha sempre fatto a meno degli iscritti. Gli sono bastate le sigle, l’illusione che la fabbrica possa essere gestita con i tempi e i modi di un parlamento (anzi peggio).

La Fiom, il sindacato in cui il vetero-comunismo è coltivato come un fiore di serra e un’erba oppiacea, anche in una fase acuta del ciclo capitalistico continua a pretendere che una minoranza di operai possa tenere in ostaggio la maggioranza di essi. Prima che alla reazione di Marchionne, spetta a questa maggioranza far capire che questi brandelli di un anarco-sindacalismo fuori della storia non solo sono in permanente rotta di collisione con le ragioni dello sviluppo e del progresso delle imprese, ma anche un pericolo gravissimo per i diritti delle maestranze e degli imprenditori di arginare la recessione, controllare il lavoro, rilanciare la produttività e con essa il salario.
 



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COMMENTI
14/01/2011 - Il silenzio dei buoni (luisella martin)

Molto chiaro ed illuminante l'articolo del prof. Sechi che attraverso la sua passata esperienza e la capacità di cambiare idea (cosa non di tutti), ci fornisce molte risposte. Mi chiedo come un disegno così fortemente negativo abbia tanto condizionato la vita del nostro dopoguerra e come abbiamo potuto ospitare il comunismo fra i nostri partiti (dopo aver giustamente vietato la ricostituzione del partito fascista). Poi mi viene in mente un aforisma che recita così: "perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rimangano in silenzio!"

 
14/01/2011 - finalmente! (Euro Perozzi)

Questo articolo centra il problema: per giorni mi stavo arrovellando dietro alla domanda del perché la gente guardava il dito-Marchionne che indicava la luna-fabbrica. Ora sono molto indeciso: se sperare che vinca il NO e si accelleri il processo entropico della società italiana, o che vinca il SI e si cominci a parlare di fabbrica, e di qualità totale (della vita), di obiettivi della nazione, di unità, e di tutto quello che "i comunisti" di stampo orwelliano ci hanno tolto dal 1921...