Cultura
lunedì 24 gennaio 2011
La riflessione di Mario Taccolini sull’importanza del dono e di un’economia fondata sulla gratuità rivela l’importanza delle forme di aggregazione religiosa nella loro capacità di immettere nella società beni relazionali. Ma la ricaduta principale di questa chiave di lettura non risiede tanto nella eventuale riscrittura delle analisi circa lo sviluppo del capitalismo – problema ricorrente nella sociologia e nella storia economica a partire dalle note tesi di Weber – quanto in una rinnovata valutazione del ruolo giocato da istituzioni puramente religiose nel mantenimento e nella stabilizzazione della società civile. Se iniziamo (finalmente) ad analizzare il capitale sociale generalmente inteso non possiamo evitare di fare i conti con tutte quelle istituzioni e quelle testimonianze esemplari che, a partire, da una sensibilità strettamente religiosa, hanno immesso costantemente all’interno del tessuto della società italiana elementi di gratuità sotto la forma di accoglienza, relazione, compagnia. Si tratta di apporti decisivi ai fini della vita sociale che solo l’eccessiva attenzione data agli interessi (economici e politici) ha consentito fino ad oggi di lasciare in ombra, lasciando emergere una storia nazionale parziale, umanamente inconsistente e socialmente incomprensibile. Se si pone attenzione al dono si può ragionevolmente osservare come la società italiana (e il discorso è implicitamente vero per ogni società storica) non sia mai stata riducibile alle sole logiche dello scambio utile e quindi alle teorie della scelta razionale (o dell’utilità attesa) che le sostengono. La dimensione del dono mostra l’importanza di individui e gruppi la cui attività non è stata affatto riducibile alla pura logica di acquisizione, né alla semplice conquista di quote di possesso materiale o di potere politico. Chi ha sostanzialmente ed essenzialmente donato, accolto, accompagnato, ha implicitamente legittimato e insegnato il donare, l’accogliere e l’accompagnare. Ma, facendo questo, ha contribuito concretamente all’edificazione di quella trama sociale che sola consente un livello apprezzabile di vita socialmente significativa.
Finalmente qualcuno si accorge che non si può ridurre la "storia dell'economia" a "storia del mercato". Infatti ci sono grandi quantità di beni e servizi che sono consumati al di fuori del mercato. Cioè al di fuori dello scambio di utilità, ma nella logica del "dono", cioè della gratuità (per non parlare del "fai da te" e dell'auto-consumo, che pure meriterebbero qualche attenzione). Cominciando dalla famiglia. Infatti non è incluso nel PIL il valore cospicuo del servizio casalingo. Questo porta gravi errori nel calcolo del "benessere" delle persone all'interno di un "sistema economico". In Francia, ad esempio, si comincia a modificare il metodo di calcolo del PIL vero, non solo di quello evidenziato dal mercato.
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