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SHOAH/ Così la responsabilità dei Giusti sfida ancora l'oblio dell'occidente

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Auschwitz, simbolo dello sterminio degli ebrei  Auschwitz, simbolo dello sterminio degli ebrei

Ogni anno, all’avvicinarsi del Giorno della Memoria, si percepisce il rischio che tale ricorrenza civile degeneri in una manifestazione retorica incapace di tener viva la coscienza dello sterminio del popolo ebraico e di educare le nuove generazioni in modo da evitare che eventi simili riaccadano. Come diceva l’altro ieri Ferruccio De Bortoli sul Corriere della Sera, «il valore della memoria si affievolisce presto nella banalità e nell’irrilevanza se non c’è insegnamento e riflessione sul presente».

Una strada che si sta rivelando promettente è quella che insiste sulla figura dei Giusti della Shoah. Si tratta di persone appartenenti a tutti i ceti sociali e di varia estrazione culturale che hanno messo in pericolo la propria vita per aiutare e salvare gli ebrei durante la persecuzione nazista: celebri son le storie di Oskar Schindler e di Giorgio Perlasca.

Il più convinto supporter di tale approccio in Italia e in Europa è Gabriele Nissim, ebreo milanese di origini greche. Con la sua fondazione Foresta dei Giusti nel mondo (www.gariwo.net) Nissim si batte per la realizzazione di giardini della memoria costruiti sul modello di quello di Gerusalemme, dove a Yad Vashem vengono ricordati i nomi di coloro che cercarono di limitare gli effetti delle persecuzioni antisemite. La novità introdotta da Nissim con il giardino dei Giusti di Milano (e ora anche con quello virtuale che si può contribuire a costruire on-line) è quella di ampliare la categoria di Giusto sino a includere anche tutti coloro che si sono opposti al terrore politico di stampo totalitario o genocidario nel Novecento e oltre. Ecco che fanno quindi la loro comparsa coloro che aiutarono gli armeni nell’Impero ottomano durante il primo genocidio della storia novecentesca, i dissidenti dei paesi comunisti (di cui Nissim è stato uno dei primi reporter a raccontare le storie sin dagli anni Settanta dello scorso secolo), gli hutu che salvarono i tutsi in Ruanda, gli iraniani che si oppongono al regime teocratico e i musulmani che non cedono alle sirene terroriste del fondamentalismo islamico.

Assai opportuna e tempestiva appare quindi la pubblicazione da parte di Mondadori dell’ultima fatica di Nissim: La bontà insensata. Il segreto degli uomini giusti. Si tratta di una piccola “summa” sulla questione utile non solo come introduzione ma anche come sollecitazione a proseguire la ricerca storica (in Italia la maggior parte dei Giusti della Shoah sono ancora senza nome). Ma è dal punto di vista filosofico che questo volume presenta le maggiori novità, sin dal titolo, che è preso in prestito da Vasilij Grossman.

In che senso gli atti di bontà sono insensati? Dal punto delle grandi narrazioni ideologiche tali azioni appaiono sicuramente insensate. Il senso di un’azione in questo caso sussiste in quanto essa si adegua a quel processo logico che, volenti o nolenti, si dipana nella storia; tutt’al più un atto umano può accelerare il corso degli eventi (sia esso l’avvento della società senza classi oppure il dominio della razza ariana) che è comunque segnato sin dall’inizio.
 



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