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SHOAH/ Così la responsabilità dei Giusti sfida ancora l'oblio dell'occidente

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Auschwitz, simbolo dello sterminio degli ebrei  Auschwitz, simbolo dello sterminio degli ebrei

A ben vedere tale super-senso ideologico si rivela in ultima istanza generatore esso stesso di insensatezza, in quanto le azioni degli uomini cessano di possedere alcun legame con il mondo dell’esperienza concreta, con l’esistenza umana in quanto tale, fatta di evidenze e di esigenze che si risvegliano nei rapporti interpersonali. Un’esperienza di insensatezza che la cultura del dissenso ha meravigliosamente rappresentato in forma artistica e concettuale - basti pensare a Solženicyn e a Havel.

Ma cosa avviene nell’animo di un Giusto? Cosa lo spinge a fare qualcosa che può risultare infine dannoso per sé e per i suoi cari? In termini sintetici questo fattore si chiama responsabilità. Ma la responsabilità contempla etimologicamente una risposta e quindi logicamente suppone una domanda. Chi domanda e chi risponde? Chi dice “io” e a chi dice “tu”?

Intorno a questa dinamica la miglior filosofia contemporanea non cessa di interrogarsi, tenendo però alcuni risultati come acquisiti. Innanzitutto l’“io” si costituisce in tale dinamica: non esiste prima un “io” che poi si assume una responsabilità (il modello illuminista), ma il soggetto medesimo viene generato da tale rapporto con un altro che lo interpella; non c’è, in altre parole, un soggetto già costituito che autonomamente impone a se stesso un dovere. In secondo luogo tale “altro” non coincide in tutto e per tutto con il “tu”, con il viso concreto di chi mi sta davanti, ma individua un fattore che abita la mia stessa soggettività, un’alterità costitutiva del mio io che quindi lo trascende, senza per questo cessare di essere agostinianamente più intima a me di me stesso.

Le storie dei Giusti mostrano questa dinamica paradossale. Certo, per molti di loro il viso concreto di chi chiedeva aiuto è servito per risvegliare in loro una benedetta inquietudine, che li ha spinti a interrogarsi, a mettersi in discussione. Ma la concretezza del viso altrui è stato lo strumento attraverso cui riscoprire in se stessi - indipendentemente dalle proprie convinzioni ideologiche o religiose - un’istanza che li interpellava e con cui non potevano evitare di fare i conti.

Dal punto di vista filosofico questo discorso è interessante perché ci obbliga a superare il modello moderno di soggettività per elaborare una prospettiva capace di render conto di quel fenomeno eclatante, esemplificato dalle storie dei Giusti, di una moralità che nasce come risposta a un’istanza di autenticità che, a contatto con un volto concreto che ci interpella, nasce dentro di noi ma ci rimanda oltre.
 



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