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LETTURE/ Dalla morte alla vita: le ultime ore di Primo Levi ad Auschwitz

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Primo Levi  Primo Levi

Levi annota, giorno dopo giorno, cambiamenti enormi, repentini, colpi di scena che scuotono le ombre, le diafane presenze umane dei detenuti del lager troppo deboli per essere trasportati. Eppure ancora vivi. La prima stufa recuperata e portata in baracca, la batteria che dà luce, la zuppa cucinata con patate e rape ritrovate (congelate) nelle vecchie cucine del campo...

Ad un certo punto Levi si accorge che anche lì, ad Auschwitz, il meccanismo della persona umana si è rimesso in moto: "A sera, dopo la prima zuppa distribuita con entusiasmo e divorata con avidità, il grande silenzio della pianura fu rotto. Dalle nostre cuccette, troppo stanchi per essere profondamente inquieti, tendevamo l'orecchio agli scoppi di misteriose artiglierie, che parevano localizzate in tutti i punti dell'orizzonte, e ai sibili dei proiettili sui nostri capi. Io pensavo che la vita fuori era bella, e sarebbe ancora stata bella, e sarebbe stato veramente un peccato lasciarsi sommergere adesso. Svegliai quelli tra i malati che sonnecchiavano, e quando fui sicuro che tutti ascoltavano, dissi loro, in francese prima, nel mio migliore tedesco poi, che tutti dovevano pensare ormai di ritornare a casa". E così fecero.     



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