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LA STORIA/ "Scrivo per farmi perdonare": se i detenuti vanno a scuola di scrittura…

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Ai detenuti è vietato l’uso del telefonino. Anche Internet rimane fuori dalle loro celle e dagli spazi comuni. Niente sms e chiamate, niente e-mail. Tocca prendere carta e penna se si vuole comunicare con il mondo esterno. Da qui la grande importanza data alla posta tradizionale: le lettere solitamente sono una modalità diffusa per tenere i contatti con chi vive fuori dal carcere. Non sono però soltanto i rapporti epistolari che spingono a tenere una biro tra le dita: è l’esigenza stessa di esprimersi, che nasce dal desiderio di rivolgersi a un pubblico più ampio dei compagni di detenzione.

Se ne è accorta Stefania Mazzotti, giovane insegnante che, insieme ad alcuni volontari del Centro di solidarietà, ha promosso dal 16 maggio 2009 al 19 giugno 2010 un laboratorio di scrittura creativa nella Casa circondariale di Forlì. «A ognuno dei partecipanti - spiega la docente - abbiamo affidato due quaderni: uno che tenevo io per poi trascrivere al computer i loro testi e uno che tenevano loro in cella. Un ragazzo continuava a chiederne altri. E siccome non ne capivo la necessità, mi ha mostrato i quaderni: erano già pieni di appunti e annotazioni».

Gli incontri del laboratorio si sono succeduti con cadenza quasi quindicinale, introdotti ogni volta da parole “stimolo” (libertà, ricordo, realtà, incontro, sogno, abitudine ecc.) e seguiti dalla stesura di brani da parte dei reclusi nell’arco di circa due ore. Brani laconici, ampi, schietti, meditati, che adesso sono stati raccolti integralmente nel volume Parole scatenate (Itaca, Castel Bolognese 2010, 11 euro).

«Il racconto di episodi della propria vita - sottolinea nell’introduzione al libro Rosalba Casella, direttrice della Casa circondariale - è accompagnato spesso da una riflessione critica sull’esperienza stessa, secondo un metodo importante nell’educazione degli adulti, che è quello di favorire un apprendimento esperienziale». Nelle ultime pagine, a Stefania Mazzotti che chiede le impressioni dei corsisti dopo un anno di lavoro, M.R. risponde: «Ogni parola scritta mi permette di esprimere la mia afflizione per il male commesso. Come attingere acqua da questo pozzo che oramai si è esaurito? Ogni parola scritta rimane, ogni parola ascoltata rimarrà?». In altri termini, M.R. è del parere che quello che viene fissato sul quaderno abbia una forza maggiore rispetto a ciò che può essere condiviso oralmente. Scripta manent, certo, ma anche qualcosa in più.



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