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LA STORIA/ "Scrivo per farmi perdonare": se i detenuti vanno a scuola di scrittura…

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Francis Scott Fitzgerald (non a caso citato nell’epigrafe di Parole scatenate) sosteneva che «non si scrive per dire qualcosa; si scrive perché si ha qualcosa da dire». Qualcosa come, ad esempio, «l’afflizione per il male commesso». Non solo. Un laboratorio di scrittura creativa impone l’argomento e i tempi. Nessuno è obbligato a prendervi parte. Però, una volta cominciato, ci si deve piegare alla regole del gioco. La prima delle quali implica la selezione di pensieri e fatti. Non si può scrivere tutto ciò che si vorrebbe. Bisogna scegliere in base a una gerarchia che lo scrivente ricava dal proprio vissuto e da ciò che ritiene più importante.

Nei testi del percorso le figure del padre e della madre, dei figli, della moglie, degli amici, affiorano continuamente a prescindere dall’età, dalle condizioni socioeconomiche, dal tipo di pena che si sta scontando o dal fatto che si è in attesa di giudizio. Così come termini di uso comune vengono liberati dalle catene del vaniloquio (da cui il titolo della raccolta), riacquistando vitalità e spessore. Scrive A.B.: «Con le mani ho toccato i soldi, la mia mamma, la droga, i miei figli». Oppure M.R.: «Cerco di avvertire la Presenza nelle ferite altrui e nelle mie. Ho un sogno ora: che il buon Dio sia attento alla mia voce, che il mio cuore si scaldi tra le sue mani». Considerazioni semplici che lasciano intravedere una coscienza in lotta contro la peggiore forma di prigionia: l’idea che sia impossibile cambiare vita. Per questo ritornano gli affetti più cari e ci si affida all’Onnipotente. Perché rendono ragionevole continuare a combattere.



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