Cultura
lunedì 31 gennaio 2011
Continua a far discutere la vertiginosa Leggenda del Grande Inquisitore, che Dostoevskij ha incastonato ne I fratelli Karamazov, suo ultimo romanzo, sua ultima sfida, senza umano rispetto, alla coscienza europea. Il drammatico faccia a faccia messo in scena dalla Leggenda - protagonisti assoluti il vecchio cardinale spagnolo costantemente a caccia di eretici e il Figlio di Dio tornato sulla terra e fatto arrestare proprio dal geloso e occhiuto ecclesiastico - non ha perso la sua forza d’impatto. Evidentemente, la posta in gioco di queste pagine è ancora attuale. In che termini, oggi, la si può definire? Non c’è dubbio che uno dei poli attorno a cui la Leggenda gravita sia il dono della libertà; impegnativo, enigmatico dono, tanto da apparire piuttosto un fardello. Non è meglio barattarlo con più tollerabili surrogati? Così ritiene, nella sua decrepita saggezza, il Grande Inquisitore. Quali esattamente siano, queste alternative che tentano le maggioranze ottuse e fiacche e appaiono a misura delle umane possibilità anche alle menti più sagaci, Dostoevskij lo segnala con chiarezza, e bisogna essere leali con le sue indicazioni, recepirle nella loro precisa fisionomia, per riuscire all’altezza del paragone con lui, qualunque cosa si pensi dell’analisi che propone. Primo succedaneo, dunque, il benessere, ciò che l’episodio evangelico delle tentazioni di Cristo designa come “pane”, l’indiscutibile pane terreno. È questo lo slogan dei sediziosi, il motto destinato a campeggiare su tutte le bandiere eversive. “Passeranno i secoli”, annuncia il Grande Inquisitore dalla sua specola controriformistica, “e l’umanità proclamerà per bocca della sua sapienza e della sua scienza che non esiste il delitto, e quindi nemmeno il peccato, ma che ci sono soltanto degli affamati”. Riduzione del desiderio in nome di una pretesa sollecitudine; caricatura del bisogno e della stessa attenzione al bisogno, la quale nelle sue forme autentiche accorre al fianco delle necessità immediate destando al tempo stesso l’avvertimento di quelle più radicali, aperte verso l’infinitamente grande.
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