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DOSTOEVSKIJ/ Il suo Grande Inquisitore ci svela la nuova insidia del potere

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 Fëdor Michajlovic Dostoevskij   Fëdor Michajlovic Dostoevskij

Ma l’infinito non è la prospettiva dei rivoluzionari, i quali si preoccuperanno esclusivamente, senza peraltro riuscirvi, di ridistribuire i beni della terra; e non è nemmeno l’orizzonte del Grande Inquisitore, ancor più scettico sulla natura umana e persuaso che all’indomani delle rivoluzioni fallite scoccherà di nuovo la sua ora. Saranno i suoi eredi a prendersi carico con successo delle necessità degli uomini; i quali, da parte loro, diverranno docili e remissivi pur di essere rifocillati. È così che si serve e si governa il genere umano, saziando la sua fame. A patto, beninteso, di sedare anche l’inquietudine della sua coscienza. Il Grande Inquisitore, infatti, è consapevole che la sola offerta del pane sarebbe insufficiente: anche nei deboli e negli inetti la coscienza sopravvive. Occorre, allora, lusingarla.

A questo valgono “saldi principi morali”, in grado di “acquietare la coscienza umana una volta per sempre”: una ripresa, dopo Cristo, della “salda legge antica”, dalla quale Cristo si era allontanato. Si sta profilando abbastanza chiaramente, a questo punto, la fisionomia del personaggio dostoevskiano: se egli vuole tranquillizzare le moltitudini, e non c’è dubbio che sia questo il suo obiettivo, si ripromette di farlo attraverso un sistema di sicurezze materiali rinsaldato da una tavola di valori e di norme, con esclusione di ogni rischio, intrapresa, creatività, di ogni avventuroso azzardo d’amore. Sistema talmente perfetto che nessuno avrebbe più bisogno di essere buono, secondo l’efficace formula del poeta T.S. Eliot; e tutti, aggiungiamo, sarebbero unicamente preoccupati della propria correttezza.

Ma la correttezza, come ogni regolare meccanismo, ha bisogno di inserirsi entro un meccanismo più ampio, entro un vasto ingranaggio perfettamente solidale, dove ogni pezzo, mentre svolge in maniera esatta la sua predestinata funzione, sia assecondato dagli altri pezzi, in un’inappuntabile esecuzione collettiva del programma generale. Matura così l’ultimo tocco del gigantesco progetto: l’Inquisitore ha in serbo l’annuncio di un’utopia ecumenica, di una “unione mondiale e universale” che instaurerà fino agli estremi confini della terra “il regno della pace e della felicità”, senza attriti, conflitti, esclusioni, “in un formicaio indiscutibilmente comune e concorde”. Superfluo postillare che in una simile uniformità non sarà consentito a chicchessia rivendicare il proprio volto, andare controcorrente.
 



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