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DOSTOEVSKIJ/ Il suo Grande Inquisitore ci svela la nuova insidia del potere

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 Fëdor Michajlovic Dostoevskij   Fëdor Michajlovic Dostoevskij

Quale significato conserva per noi la Leggenda, che risale, col romanzo in cui è inserita, allo scorcio finale dell’Ottocento, dove erano in incubazione le convulsioni poi esplose nel secolo successivo? Forse sarebbe più giusto chiedersi se l’invenzione di Dostoevskij acquisti significati ulteriori nel momento in cui ci raggiunge. Raffigurando il Grande Inquisitore, il romanziere russo polemizzava certo coi gesuiti; al tempo stesso, come risulta anche dal suo epistolario, prendeva di mira il socialismo (conferendogli, a detta di Henri de Lubac, una venatura positivistica, tanto che il protagonista della Leggenda e i suoi accoliti finiscono per somigliare ai servitori dell’Umanità vagheggiati da Augusto Comte).

Ma il senso di un testo non è interamente dispiegato in origine, cresce nel rapporto con situazioni inedite, con lettori appartenenti a nuovi contesti; e non è arbitrario scorgere nella Leggenda una potenziale anticipazione dell’odierna riluttanza all’iniziativa e alla scommessa, una profezia in germe della nostra aspirazione a trattenere una cornice di garanzie, non importa se a scapito del desiderio, censurato e ridimensionato. In luogo della responsabilità personale, il ricorso a reti protettive; al posto dell’amore e della sua inventività, il binario delle regole. E nessuno venga a scuoterci, le nostre guide stabiliscano piuttosto le precise condizioni in grado di assicurare, se coscienziosamente ottemperate, il mantenimento dello status quo. Basterà che ciascuno, nel proprio ambito, le rispetti, in solidale concordia con gli altri. Con tutti. Con l’universalità degli uomini di un mondo omologato, dove vigono dappertutto le stesse, ben riconoscibili, procedure. Se questa interpretazione della Leggenda è plausibile, Dostoevskij si rivela, ancora oggi, altamente nutritivo.

Ma il segreto della Leggenda sta in un punto ulteriore, che poi è quello che la regge interamente. Il sotterraneo lavorio del romanziere a scapito del suo protagonista, la smentita dell’Inquisitore verboso attraverso la stessa enormità delle sue parole, non comporta appena un’implicita rivendicazione della libertà rispetto alla legge. Si tratterebbe di una controproposta ancora astratta; e tutto sommato insostenibile. Dostoevskij è su un’altra lunghezza d’onda, non per caso pone il Grande Inquisitore al cospetto di un altro personaggio, sempre silenzioso, ma non per questo inattivo. Le sue rauche frasi, non dimentichiamolo, il cardinale di Spagna le pronuncia di fronte a Cristo, divenuto suo prigioniero. Non è certo un elemento del testo dal quale si possa prescindere, fino a trascrivere le battute dostoevskiane in chiave esclusivamente secolare, quasi fossero un preludio alle filosofie novecentesche dell’arbitrio (quando invece prevengono il riflusso dell’arbitrio nella sudditanza al regime politico, violento o morbido che sia), o comunque si prestassero a una qualsiasi ricodifica di stampo naturalistico.
 



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