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DOSTOEVSKIJ/ Il suo Grande Inquisitore ci svela la nuova insidia del potere

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 Fëdor Michajlovic Dostoevskij   Fëdor Michajlovic Dostoevskij

Il fatto è che la libertà dispone di una vera chance solo di fronte al Figlio di Dio, che l’ha abilitata rompendo i sigilli di una legge incombente. O meglio, la libertà è nella Leggenda il necessario margine di gioco in cui si muove l’affezione, che è calamitata non da un ideale, o da una nostalgia, o da un progetto, ma da un’irrecusabile presenza; questo, per lo scrittore, è assunto non negoziabile, e la nostra interpretazione è tenuta a prenderne atto. “Tu”, esclama lo spietato ma lucidissimo prete, rivolgendosi all’insolito interlocutore, “volesti il libero amore dell’uomo, perché ti seguisse liberamente, attratto e conquistato da Te. In luogo di seguire la salda legge antica, l’uomo doveva per l’avvenire decidere da sé liberamente, che cosa fosse bene e che cosa fosse male, avendo dinanzi come guida la sola Tua immagine”. Si sottragga all’affermazione l’ultimo segmento (è stato già fatto), ed essa non solo muterà natura, ma non riuscirà a reggersi; come l’Inquisitore stesso aveva sagacemente previsto, col suo annuncio dell’inevitabile schiavitù dopo la pretesa dell’anarchia; come la storia ha quindi provveduto a confermare, lungo i suoi ben noti percorsi novecenteschi. Ciò che l’Inquisitore non aveva messo in preventivo è la reazione dell’accusato all’implacabile requisitoria: “Il Prigioniero l’ha sempre ascoltato (...). Ma tutt’a un tratto si avvicina al vecchio in silenzio e lo bacia piano sulle esangui labbra novantenni. Ed ecco tutta la Sua risposta”.

All’indomani del XX secolo e dei suoi totalitarismi, ci muoviamo entro paesaggi meno terrificanti; anche se abbiamo ragione a temere le forme blande e insinuanti che il potere adesso assume. Il metro con cui misurare il potere è peraltro la sua disponibilità a rispettare e favorire la libera mossa del soggetto. Sempre che questa mossa ci sia. Non è detto, insomma, che la vera insidia venga dal di fuori, e non piuttosto dalla nostra riluttanza a scegliere e a giocarci, dall’inconfessata tentazione di riposare in alvei predefiniti e sicuri, al riparo da brusche novità e spiazzanti sorprese, magari grazie a uno Stato in veste di tutore benevolo, che senza farlo pesare indirizzi e sorvegli i passi, promettendo in cambio di coprire tutti gli incerti, di ammortizzare anche gli infortuni più temibili.

Ecco: Dostoevskij costituisce un formidabile antidoto contro ogni statolatria. Non per questo combacia con un puro liberalismo sciolto da ogni riferimento assoluto; semmai ritrova le radici da cui l’idea della libertà, in Europa, si è storicamente sviluppata. 
 



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