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STORIA/ Le tre ideologie che impediscono agli arabi di fare la pace (con Israele)

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Celebrazioni per la Giornata della memoria ad Auschwitz (Foto Ansa)  Celebrazioni per la Giornata della memoria ad Auschwitz (Foto Ansa)

Ma quasi cinquanta anni prima, l’eroe del nazionalismo arabo Gamal Abdel Nasser, dichiarò a un giornale tedesco che “nessuno, nemmeno la persona più ingenua, crede seriamente alla menzogna che sarebbero stati sterminati sei milioni di ebrei”. A Gaza i dirigenti di Hamas da anni esprimono pubblicamente questa tesi. Il 29 novembre 2000 il professore di storia dell’Università di Gaza Isam Sisalim dichiarò alla televisione palestinese che l’Olocausto è una grande menzogna. “Non esistono Dachau, Chelmno e Auschwitz”. Gli ebrei, sostenne, usano questa bugia per giustificare la creazione di Israele, “un’entità straniera che si è insediata come un cancro” nel mondo arabo. “Gli ebrei si presentano sempre come vittime e hanno creato un Centro per l’Eroismo e l’Olocausto. Quale eroismo, quale Olocausto? L’eroismo appartiene alla nostra nazione, l’Olocausto è la guerra contro il nostro popolo”.

La seconda tendenza è di tipo riduzionista e considera la memoria della Shoah come un’esagerazione coltivata ad arte dal mondo ebraico. Nel 1982 a Mosca la esplicitò nella sua tesi di dottorato il presidente palestinese Mahmoud Abbas che accusò gli storici ebrei di avere gonfiato il numero delle vittime per i loro interessi politici. “Nel corso della Seconda guerra mondiale perirono quaranta milioni d’individui appartenenti a diverse nazioni del mondo; tra i sovietici venti; il resto proveniva dalla Jugoslavia, dalla Polonia e da altri Paesi. Dopo la guerra, però, fu annunciato che tra le vittime c’erano sei milioni di ebrei, e che lo sterminio era stato diretto prima di tutto contro gli ebrei, e in secondo luogo contro gli altri popoli europei. La verità è che nessuno può verificare questa cifra, né negarla del tutto”. Nel 2003, quando un giornalista israeliano gli chiese di precisare meglio questo concetto, Abbas rispose in modo sibillino: “C’è chi ha scritto che erano 12 milioni e chi 800 mila. Non ho nessuna intenzione di entrare nel merito delle cifre”.

Lo scopo di quest’approccio è quello di ridurre la dimensione della Shoah e di presentarla come uno dei tanti massacri della storia. Se la Shoah diventa un male minore e viene meno la percezione che fu qualche cosa di unico per la sua gravità, allora non c’è più la necessità di risarcire le vittime e di considerare l’abbandono degli ebrei come una lacerazione morale dell’umanità intera e dunque anche del mondo arabo.

La terza tendenza è quella che ha portato molti intellettuali arabi a una perversa identificazione dei sionisti con i nazisti. Paradossalmente si ricorda il nazismo non per elaborare la tragedia della Shoah, ma per sottolineare la continuità tra gli israeliani e i carnefici di Hitler. Secondo questi commentatori, i sionisti avrebbero guardato con favore alle persecuzioni dei tedeschi, con la speranza di portare il maggior numero di ebrei in Palestina. Invece di aiutare le vittime, scrive per esempio Ahmad Jaber, chiesero agli angloamericani di impedire che gli ebrei fossero accolti nei loro Paesi “condannandoli così a una morte certa”.



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