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STORIA/ Le tre ideologie che impediscono agli arabi di fare la pace (con Israele)

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Celebrazioni per la Giornata della memoria ad Auschwitz (Foto Ansa)  Celebrazioni per la Giornata della memoria ad Auschwitz (Foto Ansa)

Il 21 settembre nell’Università di Al Akhawayn di Ifrane, una città sui monti Atlas in Marocco a due ore dalla capitale Rabat, si è accesa una piccola luce di speranza. Un gruppo di studenti arabi ed ebrei ha organizzato una conferenza per ricordare la Shoah e rendere omaggio al coraggio del re del Marocco Mohammed V, che resistendo agli ordini del governo francese di Vichy, si rifiutò di imprigionare gli ebrei.

È un episodio in controtendenza, assieme alla vicenda di Khaled Kasab Mahameed, l’avvocato arabo di Nazareth. Il legale - sfidando i malumori della piazza - ha organizzato nel suo studio un piccolo museo sull’Olocausto per insegnare ai palestinesi che senza la conoscenza del dramma ebraico difficilmente potranno fare la pace con i loro nemici. “È un dovere di tutti gli arabi e di tutti i musulmani” - scrive polemicamente ad Ahmadinejad - “comprendere il significato dell’Olocausto. Non possiamo capire i nostri avversari se non conosciamo le loro storie. La Nakba (il disastro) che i palestinesi sperimentarono nel 1948 è poca cosa a paragone dell’Olocausto, ma le implicazioni sono diventate un peso per noi. Ne paghiamo le conseguenze nel conflitto con gli israeliani, ma la memoria della Shoah potrebbe invece diventare un ponte per la costruzione della pace”.

Nei paesi arabi, invece, la memoria della Shoah è un argomento tabù. Non esistono programmi educativi nelle scuole, non sono pubblicati libri sulla deportazione degli ebrei, non è mai capitato che un rappresentante di alto livello di un governo arabo visitasse il Museo dell’Olocausto di Washington. Immaginare che delegazioni di studenti arabi possano rendere omaggio alle vittime di Auschwitz è per ora soltanto un sogno. La cultura negazionista domina la scena e la maggior parte dei politici e degli intellettuali accusano il mondo ebraico di avere costruito un mito avulso dalla realtà.

Come osserva il saggista americano Robert Satloff, ci sono tre scuole di pensiero. C’è quella negazionista, tout court, che ritroviamo tra i fondamentalisti islamici e della quale il leader iraniano è il capofila. Amhadinejad, con la conferenza a Teheran dell’11 dicembre 2006 dal titolo provocatorio “Rivediamo la visione globale dell’Olocausto”, legittimò pubblicamente una tesi che fin dalla nascita di Israele è stata molto popolare, ma che mai aveva trovato una sistematizzazione così completa. L’Olocausto, argomentò il leader iraniano, è un’invenzione che è servita ai sionisti per sottrarre la terra ai palestinesi. Dunque negare la Shoah è un arma per sostenere la lotta dei palestinesi e rivendicare il diritto degli arabi che chiedono la distruzione dello stato ebraico e l’espulsione degli ebrei dai territori che hanno usurpato.



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