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STORIA/ Le tre ideologie che impediscono agli arabi di fare la pace (con Israele)

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Celebrazioni per la Giornata della memoria ad Auschwitz (Foto Ansa)  Celebrazioni per la Giornata della memoria ad Auschwitz (Foto Ansa)

Gli israeliani vengono presentati come i nuovi adepti della teoria dello spazio vitale e della superiorità della “razza”. I palestinesi si trasformano così nelle nuove vittime dei continuatori del nazismo e Gaza e la Cisgiordania vengono descritte come una riedizione del ghetto di Varsavia e dei campi di concentramento, come per esempio sottolinea una dichiarazione distribuita dal Ministero dell’informazione palestinese il 22 aprile del 1996. “Che cosa è peggio: il sionismo o il nazismo?” scrive in un articolo Abd-al Aziz al-Rantisi, dirigente di Hamas, prima di venire ucciso in un’operazione antiterrorista. “Quando paragoniamo i sionisti ai nazisti insultiamo i nazisti, nonostante l’abominio di cui si sono resi colpevoli e che non possiamo esimerci dal condannare. I crimini perpetrati dai nazisti contro l’umanità, nonostante siano atroci, sono poca cosa se paragonati al terrore scatenato dai sionisti contro il popolo palestinese”.

Il negazionismo arabo ricorda una delle caratteristiche poco note del totalitarismo sovietico. Fino al 1989 nei Paesi comunisti non era lecito ricordare la Shoah e le vittime ebraiche erano spogliate della loro identità e definite genericamente come vittime del capitalismo. Stalin impedì a Vasilij Grossman di pubblicare il suo libro sulla memoria della Shoah in Russia e poco dopo iniziò la campagna contro gli ebrei, accusati di sionismo, una definizione che li indicava come i nuovi nemici del socialismo.

Per anni chi rivendicava nell’Est la sua identità ebraica era bollato con questo marchio (che da allora assunse un valore dispregiativo), nel 1968 il leader comunista Wladislaw Gomulka in nome dell’antisionismo espulse migliaia di ebrei dalla Polonia. C’è voluta la forza dei movimenti antitotalitari e la caduta del Muro perché finalmente la memoria della Shoah venisse rielaborata in quella parte d’Europa che l’aveva negata.

Riusciranno oggi i movimenti democratici nei Paesi arabi a rimuovere i pregiudizi antisionisti e a superare il negazionismo dei vecchi regimi? È una sfida aperta, da cui non solo dipende la pace in Medio Oriente, ma anche la maturazione politica delle difficili e complesse primavere arabe.



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