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LETTURE/ Il quasi-cristiano Heidegger? Vittima del cristianesimo "tradito"

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Martin Heidegger (immagine d'archivio)  Martin Heidegger (immagine d'archivio)

Ciò cambia quindi il modo di fare esperienza del tempo: il ritorno di Cristo è certo un evento futuro, ma non è qualcosa che i cristiani meramente attendono, bensì, sulla base della ripetizione in prima persona dell’annuncio che viene dal passato, è già operante nel presente in quanto cambia radicalmente il modo in cui gli uomini convertiti dall’annuncio si rapportano a se stessi, agli altri e a tutta la creazione. Cristo è già presente nel modo del non-più/non-ancora.

Il problema è che i cristiani non rimangono fedeli a tale esperienza originaria. Nel corso friburghese del 1921 dedicato a S. Agostino e al neoplatonismo Heidegger si riallaccia a un antico luogo comune ripreso e sviluppato dalle varie tradizioni protestanti moderne, quello della decadenza del cristianesimo successiva all’incontro dell’esperienza di fede con la cultura filosofica di origine greca e pagana. Con l’introduzione delle categorie metafisiche e la conseguente nascita della teologia l’esperienza cristiana più autentica viene tradita. Solo per fare un esempio: identificando Dio con un bene, seppur sommo, la temporalità propria dell’esperienza cambia gradualmente ma radicalmente, trasformando Dio da “presenza essenziale” (parousia), che agisce sin d’ora nel presente cambiando effettivamente l’esistenza umana, in una “semplice presenza” disponibile in un futuro più o meno lontano.

Se e quanto Heidegger sia rimasto fedele a tale programma di “de-ellenizzazione” del cristianesimo è questione dibattuta. L’attuale magistero pontificio ha del resto fornito ottime ragioni a sostegno della “provvidenzialità” dell’incontro tra la Bibbia e il logos greco. L’opera di Heidegger rimane comunque un punto di riferimento imprescindibile per chi intenda ripensare il rapporto tra filosofia e teologia, andando al di là di steccati disciplinari e ideologici che, robusti per ragioni storiche nel nostro paese, oggi non hanno più ragione d’essere. Tale compito è importante per la filosofia, la quale trova nella fede cristiana, per come questa è stata vissuta e pensata nel corso dei secoli, delle risorse intellettuali per affrontare le questione che le sono proprie. Ma tale compito è ancor più urgente per chi vive l’esperienza di fede, perché nella filosofia contemporanea può trovare ulteriori ragioni per credere.

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COMMENTI
14/10/2011 - La paura di un passo (Orn Gabriele)

Heidegger è senza dubbio uno dei più grandi pensatori del 900 che ancora per decenni farà parlare di se. E' anche, con grande sorpesa di qualcuno, uno dei più amati da quei liceali che hanno la fortuna di incontrare un bravo/a insegnate di filosofia che lo presenta a lezione. "Essere e tempo" rappresenta, a mio avviso, la presa di coscenza dell'uomo maturo che cogli che l'essere umano è qualcosa di importante e allo stesso tempo di temporale. Heidegger non compie nel suo scritto però quel passo che la fede, che il "cammino delle Sacre Scritture" fa compiere all'uomo: ovvero il passo della fede. Esso consiste nel cogliere ciò che non possiamo vedere con gli occhi ma che ci si rivela nel cuore: Dio è la nostra salvezza. "La paura del passo" è forse comprensibile data la drammaticità degli anni in cui scrive, ma resta una domanda: noi, uomini del 2000, possiamo avanzare una scusa talmente forte da non farci fare questo passo?