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DIBATTITO/ Tre mosse per "abbellire" il (nuovo) mondo

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Studenti a lezione (Imagoeconomica)  Studenti a lezione (Imagoeconomica)

Tale mutamento delle finalità dell’educazione produce un impoverimento sul piano umano, linguistico, concettuale, espressivo e morale che è un prezzo troppo alto perché si resti indifferenti. Un impoverimento che riflette e si riflette nell’impoverimento generale di una società “minacciata dalla propria crisi d’identità e da uno svuotamento interiore senza precedenti, che rende altamente probabile il suo declino”.

Ora, una visione religiosa dell’esistenza, che ponga al centro la persona e la sua ricerca di un significato ultimo per cui vivere, credo si trovi oggi dinanzi ad un bivio simile, ma per molti versi assai più complicato, a quello avvertito quasi 70 anni fa da Jacques Maritain in Education at the Crossroads fra un’educazione tecnico-funzionale dell’uomo, inteso come variante sociale, oppure un’educazione personalistica e integrale dell’uomo, e non possa optare che per questa seconda strada.

Uno spirito religioso, che non intenda l’educazione come indottrinamento o reclutamento di adepti, ma guardi alla persona nella sua singolarità e grandezza, non può che avere a cuore la crescita dell’io umano in tutte le sue dimensioni e secondo le sue facoltà e attitudini. Educare è costituire il soggetto umano, collaborare allo sviluppo pieno e integrale della personalità, la quale, a suo tempo e quando l’occasione lo richiederà, sarà in grado di agire in modo positivo e responsabile. È ciò che sanno i veri maestri, i quali non amano suggerire le soluzioni agli allievi, ma preferiscono indicare loro i criteri e modi per giungere autonomamente alla risoluzione dei problemi. Ciò comporta un rispetto profondo della libertà dell’uomo che, come è detto nella Spe salvi, “è sempre nuova e deve sempre nuovamente prendere le sue decisioni” e il rispetto del suo presupposto, ossia che ogni uomo, così come ogni generazione, rappresenta un “nuovo inizio” nella storia dell’umanità.

Si pone, in questo senso, la necessità di sviluppo della coscienza critica, come esercizio principale nella formazione dei giovani, chiamati a mettere alla prova e, se necessario, superare i pregiudizi dominanti nell’ambiente in cui vivono e ad usare l’arte del ragionamento, inteso come argomentazione e ricerca del senso delle cose (la connessione fra di esse). Lo sviluppo della coscienza critica richiede, da una parte, il riferimento a criteri validi di giudizio e, dall’altra, la familiarità con la tradizione culturale della propria civiltà.

Per il primo problema, la scelta che si pone riguarda la fonte di tali criteri, se essi debbano essere forniti dalla società oppure se possono essere trovati da ciascuno nell’esperienza umana che compie. Si noti che, pur con le difficoltà che la seconda ipotesi può presentare, solo in questo caso l’alienazione e la strumentalizzazione sono evitate. Per il secondo problema, si pone il grave interrogativo di un rapporto non “tradizionalistico” con la tradizione, nel quale forme caduche e legate al tempo siano abbandonate e siano trattenuti i valori che possano avere rilevanza per il presente. Il valore della tradizione è estremamente importante per la formazione critica, giacché è constatabile che forme di fanatismo e, al contrario, di scetticismo, sono spesso correlate ad un’assenza di conoscenza e di memoria storica.

L’educazione si presenta pertanto come una cura dell’esperienza umana, grazie alla quale l’uomo è considerato nella sua realtà personale, non primariamente nella sua funzione – ciò sottolinea il valore del “presente” nell’educazione, come già richiamava Comenio agli esordi della pedagogia moderna, quando sosteneva, nella Via lucis, che “omnes scholae sunt pro vita praesenti, non pro vita futura”. D’altra parte, tale investimento sui giovani e sulla loro crescita – umana, intellettuale e morale – può risultare come la miglior condizione per la crescita economica, sociale e morale di un paese. È bene ricordare, a questo proposito, che le risorse economiche, pur indispensabili, non bastano da sole a promuovere un miglioramento. Recenti indagini sulla scuola in Europa hanno dimostrato che le scuole migliori non sono necessariamente quelle che dispongono di maggiori finanziamenti, bensì quelle in cui gli insegnanti sono preparati e attenti alla crescita dei loro allievi.



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