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COLD CASE/ Il libro: Van Gogh non si suicidò ma fu assassinato

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L'autoritratto di Vincent Van Gogh  L'autoritratto di Vincent Van Gogh

COPRI’ IL SUO ASSASSINO - Qui è stato curato da due medici, nessuno dei quali aveva però le capacità necessarie per estrarre il proiettile con un’operazione chirurgica. Il giorno dopo si è quindi creata un’infezione che ha iniziato a svilupparsi portandolo alla morte nell’arco di 29 ore. Negli ultimi attimi che gli restavano da vivere il pittore avrebbe raccontato di essersi sparato, mentendo per proteggere il ragazzo o i ragazzi. “Coprendo così il suo stesso assassino”, come ha raccontato Naifeh durante un’intervista trasmessa dalla CBS. Leo Jansen, curatore del Van Gogh Museum ed editore delle lettere dell’artista, ha dichiarato all’Associated Press che la biografia è un “grande libro”, ma che gli esperti hanno dubbi sulla teoria innovativa. E ha sottolineato: “Per ora non possiamo dirci d’accordo con le loro conclusioni, perché riteniamo che non ci siano abbastanza prove”.

 

INTERVISTA MISTERIOSA - Nello stesso tempo, non ci sono mai state trovate delle prove indipendenti neppure per supportare l’ipotesi del suicidio. Per Jansen, “non esistono prove. Abbiamo soltanto la testimonianza di Van Gogh sul letto di morte”. Gli autori affermano che uno storico dell’arte che ha visitato Auvers negli anni Trenta ha raccolto delle voci degli anziani del villaggio, nati prima del 1890, secondo cui a sparare accidentalmente a Van Gogh sarebbero stati due ragazzi. Il nuovo libro cita anche l’intervista del 1956 al ricco uomo d’affari Rene Secretan, in cui quest’ultimo racconta che lui e il fratello quell’estate avevano conosciuto Van Gogh e lo avevano tormentato senza pietà. Secretan, ispirato da uno spettacolo sul Far West molto in voga nella Francia dell’epoca, prese anche in prestito una pistola dal proprietario della locanda dove dormiva Van Gogh. Ma, secondo l’uomo d’affari, l’artista gliela avrebbe rubata poco prima della sua morte.

 

(Pietro Vernizzi)



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