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CERTEZZA/ Gianni Vattimo: grazie a Dio, non dipendo da nessuna verità

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Se la verità è solo un gioco (Fotolia)  Se la verità è solo un gioco (Fotolia)

Mi si obietta: ma le rivoluzioni, anche quelle dei neri, non si sono forse ispirate a una qualche verità, anche proprio al diritto “naturale”? Ma forse che i monarchi ereditari hanno mai accettato di concedere la costituzione perché avevano “riconosciuto” la verità predicata dai loro sudditi? Perché anche il diritto “naturale” non dovrebbe essere un mito-certezza esistenziale – dei neri oppressi dai bianchi, dei poveri sfruttati dai ricchi, ecc.? Allora, se però è solo lotta di tutti contro tutti, ha ragione chi vince e basta? Intanto, importa prendere atto che adesso, e da molto tempo,da quando ci ricordiamo, è proprio così, quasi la sola “legge di natura” che conosciamo. E, se vogliamo ragionare da buoni democratici, la “ragione” vera starebbe comunque dalla parte dei più: dei popoli oppressi, dei proletari sfruttati...

Il punto è che, in corrispondenza o forse a causa, delle trasformazioni politiche – la rivolta dei popoli coloniali, la fine obbligata dell’eurocentrismo, anche la vergogna degli occidentali cristiani per le conversioni forzate e l’appoggio all’imperialismo nei secoli della modernità – non si può più pensare che “c’è” una verità; giacché se ci fosse sarebbe necessariamente la nostra, non si è mai vista una filosofia, o una religione, che professi l’esistenza della verità che non le appartenga. Ciò di cui ci rendiamo sempre più conto – ma sarà questa appunto “la verità”, come ci obiettano i cultori del vacuo argomento antiscettico? – è che la verità universalmente valida è un’idea inseparabile dal potere. Anche quando serve ai rivoluzionari, è la base di una rivendicazione di potere, non certo la soddisfazione di un bisogno “naturale”  di sapere come stanno le cose.

Ma ancora: solo lotta di tutti contro tutti? No, una volta scoperto questo (strano) vero, siamo finalmente liberi di negoziare alla pari con gli altri. Non: diciamo che ci siamo accordati perché abbiamo trovato la verità; ma che abbiamo trovato la verità perché ci siamo accordati. Ciascuno con i propri miti e le proprie convinzioni esistenziali: forse è questa versione laica e democratica della carità il vero messaggio del cristianesimo, Dio è presente fra noi quando ci amiamo e rispettiamo. E non altrove, nemmeno nell’alto dei cieli.

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COMMENTI
18/10/2011 - non si può fuggire al dilemma dell’esistenza, 2. (Giovanna D'Aniello)

... Il legittimo desiderio di ogni discorso anti-egemonico è il ‘superamento’ della condizione presente. Ma non è forse ancor più audace – sia esistenzialmente sia filosoficamente, per un uomo certo come per un uomo incerto – vivere il presente ‘come’ presente? Non è questo, in fondo, ciò che la Chiesa instancabilmente ci educa a guardare, non per un ingenuo realismo, ma per una capacità di cogliere la realtà nella totalità dei suoi fattori, ivi compresa la sua origine ‘misteriosa’? Infatti, ammettere un fattore ‘misterioso’ nella realtà presente – piuttosto che ‘spostare’ la verità in un mondo ultraterreno o mitico – non solo non annulla la libertà interpretativa, ma la esalta rendendola capace di decifrare dei segni. Una provocazione interessante è quella lanciata dal Santo Padre nel primo cap. dell’“Introduzione al Cristianesimo”: su un piano meramente logico, egli affermava, il credente oggi non può sottrarsi alla “segreta incertezza che il positivismo abbia l’ultima parola”, così come per il non-credente l’orizzonte della certezza costituisce una perenne “minaccia e tentazione rispetto al suo mondo apparentemente chiuso una volta per tutte”. E questo perché “non vi è possibilità di fuga dal dilemma dell’esistenza umana”.

 
18/10/2011 - non si può fuggire al dilemma dell’esistenza, 1 (Giovanna D'Aniello)

Trovo molto interessante il Suo attacco, che parte da una dichiarata esigenza – comune a tutti gli uomini, credo – di una “certezza esistenziale”, ma penso che attribuire ad essa un significato ‘mitico’ (o ‘utopico’, visto che Lei pensa il mito come qc. fuori della storia) neghi a priori una possibilità di scoperta. Del resto, la Sua battuta iniziale sul paradiso come “tota simul ac perfecta possessio” tradisce una visione ‘teleologica’, tale che il ‘possesso’ finale costituisca una sorta di ‘ermetica’ compiutezza ultramondana. Non potrebbe invece essere inteso come la promessa di una ‘soddisfazione’ continuata? Condividendo con Lei una passione per l’ermeneutica, si può invece affermare che il motore di ogni interpretazione sia proprio l’inesausta ricerca di un significato, resa possibile dall’istanza della libertà. Ora, dal ragionamento che segue si ha l’impressione che Lei presupponga che la questione stessa della verità si identifichi con una pretesa ‘egemonica’ (è un approccio ormai diffuso, anche fra teologi cattolici: penso a quanti oggi, in una prospettiva post-moderna, barattano l’idea della verità con delle open narratives). Ma non si corre così il rischio di ri-affermare dialetticamente l’egemonia, proprio negandola?..

 
18/10/2011 - Io sono certo, per grazia! (Enzo Castellaneta)

Sarà che a 70 anni non ho più tanta pazienza, sarà che tante parole, anzi parolone, citazioni ecc. mi mandano in confusione e mi sembrano suoni e basta, questo articolo non lo capisco. Eppure Vattimo ringrazia Dio: lo farà in modo ironico? Comunque la Verità esiste e ha nome e cognomee e su di essa si fonda la mia certezza esistenziale, morale, religiosa, spirituale, carnale...Datele un aggettivo che vi aggrada purchè sia certezza!

 
18/10/2011 - Le conseguenze di questa verità alternativa (Maurizio Ghisolfi)

Da Gianni Vattimo mi aspettavo un articolo un po' più rigoroso, piuttosto che uno pieno di luoghi comuni. Che una vita piena di certezze sia una barba non lo so, forse. Di fatto nessuno vive una vita così. Così come non mi è chiaro come una vita incertezza-dipendente possa opporsi alla legge del più forte, o forse pensa davvero che il più forte sia disposto a negoziare una verità alternativa, che metta in forse il suo potere? Come posso oppormi a un Hitler certo del disvalore della razza ebraica? Dicendogli "accordati con me per un'altra verità" od opponendo un'altra certezza, che cioè la vita vale, anche quella di un ebreo. Con la pretesa che questa certezza valga in primis per me, e ne determini le mie azioni. Inoltre ho la forte impressione che da una verità "accordata" qualcuno ne trarrà sempre un vantaggio personale, magari quelli che possiedono e detengono la possibilità di influenzare l'opinione pubblica, e qualcun'altro ne rimarra fuori.