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ANDREA ZANZOTTO/ Quell'infanzia eterna che ci salva dalla bruttura del mondo

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Andrea Zanzotto  (foto Ansa)  Andrea Zanzotto (foto Ansa)

Mi ha fatto sussultare uno svelto passaggio della sua conversazione con Marzio Breda, pubblicata da Garzanti. “Non sento nessuno dire: Sono contento…”. E questo deficit di felicità è per Zanzotto la vera misura della crisi. C’è un grande marasma, una disperazione confusa, dentro cui si situa e spicca, al centro delle sue desolate considerazioni, la degenerazione della scuola.

A ciò si associano, nel suo saettante confabulare e sillabare, “il venire meno di una moralità consacrata, di certe tradizioni cristiane”, “il declino [diffuso ma non senza eccezioni] del cattolicesimo applicato, che era come un codice genetico della vita di relazione”. L’ammissione o denuncia meriterebbe uno spazio di approfondimento tutto per sé, ma io salto a quello che a Zanzotto pare il risultato: così non siamo più capaci di vivere insieme, non c’è più “alcuno spirito di comunità”. “Tutto finisce per rientrare nell’idea del consumo”, con il cinismo rapace che sappiamo e vediamo. Altri sei versi. “Labirinti lerci / che brucian di commerci [evidenzio la rima lerci-commerci] / infiltrando di polveri sottili / di ceneri sottili / gl’infimi fili / del nihil (con la rima sottili-fili in quasi rima con nihil)”. Così la scienza e la tecnica, pur progreditissime, arrivano a una società eticamente impreparata a riceverle.

E la poesia? Che ci sta a fare la poesia su questo cupo orizzonte? La poesia (ci viene da lui stesso suggerito) nasce “da un impulso a lodare la realtà e a farne un positivo collaudo”. L’accostamento etimologico è, oltre che esatto, interessante: l’esperienza della realtà (il collaudo) è la forma più alta di lode che le si possa tributare pubblicamente. “Bisogna avere coscienza – dice ancora Zanzotto – che solo facendo riapparire la poesia come una libertà in grado di emergere a dispetto di ogni precisione, qualcosa di buono potrà forse nascere”. “Soltanto se c’è una speranza che qualche cosa duri e abbia a valicare le curve del futuro, si ha l’atto poetico”. Le parole speranza e lode, sulle labbra del più coerente e intelligente discepolo di Giacomo Leopardi, assumono un peso speciale.

Estraggo allora dal numero di “Autografo” allestito dai colleghi pavesi per i 90 anni di Zanzotto, e appena pubblicato da Interlinea, un paio di sollecitazioni, con cui concludere il mio breve discorso. Sarà un modo per dichiarare affetto e ammirazione, oltre che per il festeggiato, anche per una scuola e una tradizione di studi, quella pavese appunto, verso cui molti credo siano disposti a riconoscersi largamente debitori.

Mi ha colpito, innanzi tutto, una battuta della testimonianza introduttiva di Patrizia Valduga, là dove si dice: “sono fiera di avere bussato alla sua porta con il cuore in ginocchio”. Perché mi sembra che queste semplici parole colgano la disposizione del lettore di poesia. Bussare con il cuore in ginocchio. Viene alla mente ciò che in una lettera Cristina Campo scriveva all’amica Marìa Zambrano: “Aspetta il tuo libro là dove gli hai dato appuntamento. Non lo tradire. Un libro è come lo Sposo – non dice l’ora del suo arrivo. Ma tu non lasciare la porta e la lampada”.



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