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ANDREA ZANZOTTO/ Quell'infanzia eterna che ci salva dalla bruttura del mondo

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Andrea Zanzotto  (foto Ansa)  Andrea Zanzotto (foto Ansa)

Aggiunge Patrizia Valduga: come poetessa, sono nata non a Conegliano Veneto, ma a Zanzotto, capitale della poesia, dove ogni esperienza interiore ha il più infallibile, irripetibile e gioioso dei correlativi. Che il festeggiato di oggi possa essere, oltre che un maestro, oltre che una presenza amica, anche uno spazio generativo, una fonte indiscutibile di ispirazione, è un dato oggettivo. Anche se tracciare la storia della ricezione poetica, piuttosto che critica, di Zanzotto sarà difficilissimo. Ma la lezione di Zanzotto è qui sigillata in quei tre aggettivi: infallibile, irripetibile, gioioso. Maestro perché capace di radiografare in modo acutissimo la nostra sempre precaria e sempre attesa identità.

Colgo da un foglio di appunti che accompagna la quarta stesura della Beltà una annotazione in prosa, citata a p. 46 di “Autografo”, che mi permetto di segnalare per quel che vale, intorno alla tensione che anima il fare poesia di Zanzotto. Per non cadere nella chiacchiera vuota, dice Zanzotto, bisogna attendere sempre. E quindi si chiede: ma che significato ha l’ammirazione? È possibile?

L’ammirazione implica un’infanzia eterna. Ma da dove viene questo sapiente bamboleggiare iniziale? Si prenda il IX tempo di Profezie o memorie o giornali murali, da La Beltà, di cui leggo uno scorcio: “Bimbo, bimbo! … / su qualche dolce calesse mirabilmente guidato / dal babbo con la mami-mamina / su una lunga via volta al mirabile tu stesso mirabile /…/ dentro la mondiale tenerezza”.

Il nesso fra attesa e ammirazione, posto in evidenza, è forse il segreto cuore di questa poesia, forse la ragione remota di quella gioia, così spesso negata alla superficie dei testi, a cui accenna Patrizia Valduga. Ed è posizione che si può conservare solo a patto di rimanere, nel cuore, bambini: anche a 90 anni. Capaci di una infanzia eterna, di un misterioso ma sapiente bamboleggiare: come si legge nella Beltà, “Ego-nepios / auto definizione in infanzia” (cioè: possiedo l’io di un lattante, che non si riesce a percepire che dentro i parametri dell’età infantile).

L’ammirazione per Zanzotto è l’energia elementare, è un’esperienza di provocazione che ci apre, perché ci fa intravedere, nell’incolmabile bisogno, una promessa. O almeno il sogno di una promessa, che ci sospinge oltre la nostra attuale immediatezza. Lo stupore, l’ammirazione – di fronte alla realtà – sono ciò che afferrano l’io e lo mettono in moto. L’infante, tante volte evocato da Zanzotto, come paradigma, è colui che ha bisogno di tutto, è il parvulus, il povero di spirito.



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