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ANDREA ZANZOTTO/ Quell'infanzia eterna che ci salva dalla bruttura del mondo

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Andrea Zanzotto  (foto Ansa)  Andrea Zanzotto (foto Ansa)

L’esperienza poetica, per Zanzotto, dunque nasce sempre da un atto di amore verso la realtà, anche se è una realtà brutta, nasce (lo dice lui, altrimenti non avrei il coraggio di tanta nettezza) come propensione verso la bellezza e la bontà. “Ma nelle immondizie / troverò tracce del sublime / buone per tutte le rime”. È qualche cosa di impositivo, che si impone, che ronza dentro. Scaturisce, certo, anche dal dolore e dalla frustrazione: ma soprattutto dall’entusiasmo, dalla sovrabbondanza del sentire. “Da una meraviglia adorante per qualche cosa che, nella sua bellezza o sublimità, chiama insistentemente alla sua esaltazione”. “Il fine più ostinato della poesia, la sua ossessiva mira… è il toccare un territorio ‘paradisiaco’, aspirazione che del resto concerne ogni essere”. Ovvero, con le parole della poesia: “Nell’alto del rosa / là dove nessun appuntamento è mancante”.

E così in Conglomerati troviamo questi versi: “LA POESIA: confidenziale colpo di gomito alla morte / qui inibita dalle sue (per un attimo) gambe corte”. E poi: “Raccogli i nostri desideri le nostre / non-preghiere di pre-sera di pre-bruma / dona fortuna ai dossi alle piccole brughiere / al loro perdurare ed accennare fino alla luna” (con la conquista di un’incantevole melodia vocalica, che è la sostanza stessa del dettato).

Atto di amore, la poesia, che in sé riassume l’azzardo della vita stessa. Perché “nell’amore noi diamo ciò che ‘non’ abbiamo, cioè offriamo il nostro vuoto”. È un’altra citazione. “Solo nell’amore si sperimenta l’unicità, l’insostituibilità di un essere, ciò che lo fa assolutamente prezioso in sé e per sé”. Si tratta di un’esperienza irriducibile: l’amore come aspirazione al paradisiaco, lampo di compimento, di cui oggi si fa terribile scempio. Rinascere ogni giorno per resistere: “Rari sono i luoghi in cui resistere, / luoghi dove Muse si danno convegno / per mantenere l’eco di un’armonia / per ricordarci ancora che esiste il sublime / per risaltare gli antichi splendori ed accogliere nuove vie di Beltà”. “Neve + brine + galaverne / febbri multiple accecanti del gelo / delizie in cui s’insinua il sublime / fino a stravolgere gli occhi”.

La febbre ha larga parte nel mondo zanzottiano, come patimento della propria febbrile, e perciò sempre scossa natura. È un fatto di tensione, di ricettività, di voglia di sublime. Ed è così che a 90 anni si può essere ancora giovani, o meglio, bambini. Con la febbre di chi non ha ancora smesso di crescere.

Per avermi restituito la fragranza, l’autenticità di certe cose e certe parole – cose e parole che contano – io sono molto grato ad Andrea Zanzotto. E sono molto lieto di essere qui, insieme all’ineguagliabile moglie Marisa e a tutti voi, a festeggiare il suo compleanno.



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